• Michela Occhipinti

    On: 10 Dicembre 2014
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    LETTERE DAL DESERTO
    un film di Michela Occhipinti, 2010, 88min
    lingua Hindi sub English, Italian, French, Spanish
    soggetto e sceneggiatura Michela Occhipinti
    produzione Michela Occhipinti
    riprese Pau Mirabet
    montaggio Antonella Bianco

    Il mondo corre. Hari cammina. Le sue scarpe consumate percorrono lunghe distanze nel deserto per recapitare messaggi chiusi in lettere scritte a mano, dalla calligrafia preziosa, da consegnare a destinatari che abitano villaggi sperduti, chiusi in una dimensione temporale dimenticata, fuori dal mondo.
    Le lettere parlano di amori, matrimoni, successi e decessi. Quelle che portano la morte si riconoscono subito, sono quelle con l’angolo destro tagliato, che Hari legge sull’uscio ad alta voce e poi strappa, perché le brutte notizie vanno distrutte, disperse, cancellate per sempre.
    In un mondo in cui il tempo è un lusso, la velocità è sinonimo di efficienza e civiltà, e dove si comunica premendo tasti che riproducono caratteri tutti uguali, la storia di Hari è un’isola cristallizzata nel tempo. Quando l’unico modo per comunicare era un foglio, una penna, l’inchiostro. Quando la gente era ancora in grado di aspettare. Un ritorno alla lentezza, e alla natura, quella inospitale del deserto del Thar. Finché arrivano delle strane torri metalliche, intruse nel paesaggio, a rivoluzionare la vita del piccolo villaggio…
    “Lettere dal deserto (elogio della lentezza)” è il primo lungometraggio di Michela Occhipinti, che ha partecipato a circa 80 Festivals nel mondo ricevendo più di 20 premi, che lo hanno reso il film documentario italiano più premiato del 2010.

    Note di regia
    L’idea del film è nata mentre cercavo di capire come raccontare un paradosso della nostra società che mi toccava profondamente. L’intento era però di narrarlo attraverso una simmetria uguale ma opposta in un’altra società, con una cultura diversa. Dopo aver letto un breve articolo sui postini del deserto del Thar e delle loro lunghe peregrinazioni è stato chiaro per me che quella era la mia storia, dovevo solo metterla a fuoco. Non per parlare di India, anche se poi son venuti fuori dei tratti tipici quali la dignità e l’accettazione, che son divenuti parte integrante della narrazione.
    Volevo scegliere un protagonista unico e seguirlo con le videocamere. Poi una volta partita per i primi sopralluoghi ho incontrato tanti postini e ho inserito alcune delle storie ascoltate da loro in quella del protagonista, Hari.  Ho quindi scritto una sceneggiatura basata su queste esperienze ma con dei dialoghi aperti che ho composto in fase di riprese insieme ai miei personaggi. Lasciando anche spazio all’inaspettato.
    Una storia apparentemente minima, in cui trapelano vari simbolismi: le lettere non solo come forme di comunicazione ma come assenza, tanto fisica quanto animica; il cane, si ferma sulla duna a prendere aria, arriva per caso, nel film rappresenta la fedeltà del postino. Gli uccelli, che entrano ed escono di scena in continuazione, sono in fondo dei messaggeri alati, come lo è Hari, un eroe solitario d’altri tempi. I lucchetti disseminati qui e là racchiudono un contenuto segreto come le lettere: vanno aperti per essere svelati. Il deserto in sé non è uno spazio casuale. La rappresentazione del tempo più basica è la clessidra che è fatta di sabbia che scorre e anche qui il vento sposta la sabbia cambiando la conformazione delle dune e del paesaggio e, metaforicamente, anche il tempo. Il deserto infine, anche come luogo metafisico dove andiamo per ritrovare noi stessi e fare silenzio.
    Il film è una riflessione sul progresso. E’ il mio sguardo sul concetto di tempo e di spazio. Del tempo nello spazio e dello spazio nel tempo. Della fragilità della bellezza. Una piccola malinconia. Una sorta di fermo immagine di un mondo che è in via d’estinzione. La fotografia di un momento di transizione. Il fotogramma dell’attimo esatto in cui arriva un elemento estraneo che porta cambiamento.

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  • Manfredo Manfredi – Breve biografia e testi critici

    On: 8 Dicembre 2014
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    Biografia
    Manfredo Manfredi (1934), dopo aver frequentato a Roma la Facoltà di Architettura, nel 1958 si diploma in Scenografia all’Accademia di Belle Arti. Inizia la sua attività di scenografo nel 1960, come aiuto di Piero Filippone nel film Antinea, l’amante della città sepolta. Nel 1962 realizza i disegni per la sigla di Carosello e le scenografie di film, documentari e spettacoli televisivi. Cresce dunque nell’ambiente romano che è in quegli anni uno dei centri artistici più attivi al mondo: suoi amici sono Pascali, Kounellis, Ceroli, Piruca, che hanno segnato la ricerca artistica italiana. La sua sperimentazione nel campo del cinema d’animazione inizia nel 1963, con cortometraggi di denuncia sociale come Ballata per un pezzo da novanta (1966) sulla mafia siciliana, o Su sàmbene non est abba (Il sangue non è acqua, 1968), sul banditismo in Sardegna, che ottiene vari riconoscimenti tra cui il Nastro d’argento come miglior cortometraggio.
    Dal 1968 al 1975 si dedica alla regia di numerosi film brevi prodotti dalla Corona Cinematografica. Del 1975 è Uva salamanna che vince il Festival cinematografico internazionale di Mosca. Nel 1977 ottiene la nomination all’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione con Dedalo, e il Gran Premio al festival di Ottawa – in quel periodo il festival d’animazione più importante al mondo. Negli anni successivi diventa socio della romana Cineteam e realizza film istituzionali, special televisivi, decine di spot pubblicitari e sigle TV. I film più importanti di questo periodo, metà novanta, sono splendidi adattamenti cinematografici da opere letterarie: Il canto XXVI dell’Inferno, da Dante (si tratta del canto di Ulisse) e Le città invisibili da Italo Calvino. Nel contempo come pittore ha sviluppato la sua ricerca nell’ambito dell’espressionismo astratto, attività che continua tutt’oggi. “E’ un pittore che, assai più di altri, ha lavorato lungamente nell’ombra e per alcuni lustri non ha fatto mostre” scrive Marcello Venturoli, curatore di una grande personale dedicatagli a Roma nel 1992.  Dopo 20 anni interamente dedicati alla pittura ritorna al cinema d’animazione con un nuovo film dal titolo Lo spirito della notte, prodotto e diffuso in collaborazione con Nomadica. I suoi film sono stati più volte trasmessi dal programma “Fuori Orario – cose mai viste”, Raitre.

    Biography
    Manfredo Manfredi (1934) grows up in Rome where he goes to the Architecture faculty and he graduates from set design in 1958 at the “Accademia di Belle Arti”. He begins his set design’s work in the 1960, as the assistant director of Piero Filippone in the movie Antinea, l’amante della città sepolta. In the 1962 he makes the drawings for the italian Carosello’s tune and the set design of other movies, documentaries and television shows. He grows up in the work environment of Rome which in those years is one of the most active artistic centers in the world: his friends are 
Pascali, Kounellis, Ceroli, Piruca, who have signed the italian artistic research. His experimentation in the field of animation’s filmmaking begins in 1963, with short movies of social denounce like
    Ballata per un pezzo da Novanta (1966) about sicilian mafia, or Su Sambene non est abba (Water is not Blood, 1968), about sardinian banditry, which obtains different eulogies in which the Nastro
D’argento as the best short movie. From the 1968 to the 1975 he works as director of many short movies produced by the Corona Cinematografica. Uva Salamanna made in the 1975 wins the International Cinematographic Festival of Mosca. In the 1977, with Dedalo, he obtains the nomination for the Oscar as the best animation short movie, and the Big Prize at the Ottawa’s festival – at that time the most important in the world animation movies festival. In the next
years he becomes member of the Cineteam in Rome and he makes istitutional movies, television special shows, dozens of Tv commercials and theme songs. 
The most important movies in the middle of the nineties years are wonderful screen adaptations from literary works: The Canto XXVI of the Inferno, by Dante (it is the canto of Ulisse ) and Le città invisibili by Italo Calvino. In the meanwhile, until nowadays, he has developed his research as a painter in the field of abstract expressionism.He is a painter who, much more than others, has worked for a long time in the shadow and for some decades he has not made exhibitions”, that is what Marcello Venturoli wrote, who was the superintender of a monograph exhibition dedicated to Manfredi in Rome in the 1992. After 20 years entirely dedicated to painting, he returns to the animation filmmaking, with a new movie called Lo spirito della notte, produced and distribuited in collaboration with Nomadica. Manfredi’s movies have been different times broadcasted by Raitre, the italian Tv chanel’s, in the programme “Fuori Orario – Cose mai viste”.

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    Filmografia / Filmography
    L’albero (co-realizzatore Guido Gomas), 1963
    Ballata per un pezzo da novanta (co-realizzatore Guido Gomas), 1965
    Terun, un treno dal sud (co-realizzatore Guido Gomas), 1966
    Sonata per violino solo (co-realizzatore Guido Gomas), 1967
    La spaccata (co-realizzatore Guido Gomas), 1967
    Su sambene no est aba (“Il sangue non è acqua”, co-realizzatore Guido Gomas), 1968
    Rotocalco, 1969
    K.O., 1969
    Il muro, 1970
    I lupi e gli agnelli, 1970
    Sotterranea, 1971
    La maschera della morte rossa (co-produzione Zagreb film – Corona Cinematografica), 1971
    La gatta (co-produzione Zagreb film – Corona Cinematografica), 1973
    Underground, 1973
    Uva salamanna, 1974
    Nuvole, 1975
    Immagini, 1976
    Dedalo, 1976
    Ten to survive, 1979
    L’eroe dei due mondi (inserto in animazione per il film di Guido Manuli), 1993
    Canto XXVI° dell’Inferno di Dante, 1997
    Le Città Invisibili ,1998
    Il sogno di Aida (inserto in animazione per il film di Guido Manuli “Aida degli alberi”), 2001
    Lo spirito della notte (vai alla pagina) , 2018

    * Per vedere una selezione dei film di Manfredo Manfredi *

    La perenne riflessione di Manfredi sulla violenza, una violenza che perviene puntualmente alla distruzione, si traduce in un’opera di alta poesia che rimane nella memoria di molti. Nei suoi lavori, tutti vivamente policromi, l’autore si riferisce a parentesi amare di una società in sfacelo, e lo fa attraverso un mezzo filmico come il disegno in animazione e con mezzi squisitamente pittorici che propongono allo spettatore l’urgenza di problemi ormai non più differibili.Il cinema disegnato: storia e tecnica di Mario Pintus e Francesco Guido, 1992

    … Manfredo Manfredi è un pittore che, assai più degli altri, ha lavorato lungamente nell’ombra e per alcuni lustri non ha fatto mostre, partecipando alla vita artistica come un addetto ai lavori in incognito; ma il quadro della sua attività, se pure disegnato con una sorta di aristocratica solitudine, ora nelle professioni più assorbenti che esercita dal 1964, il cinema di animazione e la scenografia, ora dentro l’amata pittura, è quello di un professionista: anzi m’è capitato poche volte di festeggiare in un pittore non di carriera un baricentro di gusto così preciso e stabile, del resto assorbito negli anni della gioventù, quando, nel diplomarsi in scenografia alla Accademia di Belle Arti di Roma, Manfredo fu amico dei Pascali, dei Kounellis, dei Ceroli, dei Piruca, “giovani” che a quel tempo segnavano il clima nuovo delle ricerche e dei risultati in Italia, prima e a fianco della pop art.Marcello Venturoli, Catalogo della mostra 'Un viaggio tra pittura e animazione. L'arte di Manfredo Manfredi', 2002

    L’animazione di Manfredi è quanto di più sofisticato possa esistere: apparentemente effimera (distrugge gli originali in corso d’opera), ha mantenuto il respiro di un’arte indipendente e offre la chiave di lettura più veritiera dei suoi quadri e disegni.Oscar Cosulich, Catalogo della mostra 'Un viaggio tra pittura e animazione. L'arte di Manfredo Manfredi', 2002

    Credo che l’animazione sia uno di quei fatti creativi pieni perché è fatta di musica, di ritmi, di regia, una serie di fatti che convergono nell’opera, è appagante perché è un’opera a tutto tondo. Questa è la motivazione che mi do se mi chiedo perché faccio animazione, è un modo di esprimersi e questo è il mio modo di fare animazione, cercando l’immediatezza del segno, per questo mi piace disegnare e dipingere direttamente, perché è un modo di essere, una cifra.Manfredo Manfredi, da 'Il cinema d'animazione italiano oggi' di Sabrina Perucca

    Scritti sull’arte di Manfredo Manfredi

    Il pdf contiene i seguenti articoli:
    – Giannalberto Bendazzi, “Fantasia e chiarezza: Manfredo Manfredi”, NewCinema, 1971
    – Massimo Maisetti, “Dedalo”, Letture, 1976
    – Attilio Giovannini, “Concerto per matita ben temperata di Manfredi”, Linea Grafica, 1980
    – estratto da Mario Pintus e Francesco Guido, “Il cinema disegnato: storia e tecnica”, 1992
    – Sabrina Perucca, “L’arte di Manfredo Manfredi” + intervista, Il cinema d’animazione italiano oggi, 2008
    – dal catalogo della mostra “In viaggio tra pittura e animazione, l’arte di Manfredo Manfredi” (2002), tre interventi di Oscar Cosulich, Marcello Venturoli, Emidio De Albentis.

     

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  • Munari e Piccardo: lo Studio di Monte Olimpino

    On: 20 Ottobre 2014
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    marcello_piccardo_bruno_munari

    Lo Studio di Monte Olimpino, Laboratorio di cinema di ricerca, nasce nel 1962, nella località omonima, vicino Como, per iniziativa di Bruno Munari e Marcello Piccardo.

    “Sulla collina di Monte Olimpino, negli anni fra il 1962 e il 1972, con Bruno Munari e i miei cinque figli, ci siamo reinventato il cinema (come produrre realizzare e distribuire un film), e finalmente abbiamo scoperto il cinema fatto dai bambini”. (Marcello Piccardo, La collina del cinema, Nodo Libri – Como)

    Per circa dieci anni lo Studio di Monte Olimpino, poi diventato Laboratorio, in seguito ampliato in Cineteca, infine Cooperativa di Monte Olimpino, rappresenterà un luogo distintivo della ricerca cinematografica in Italia.
    In questo periodo lo Studio produrrà e realizzerà una cinquantina di film – quasi tutti assai brevi, più un lungometraggio conclusivo – suddivisibili in due gruppi diversi: film di ricerca e film d’informazione pubblicitaria.

    Sintesi fulminea di tutto il lavoro di cinema prodotto dallo studio

    vai al sito dello Studio di Monte Olimpino


    BRUNO MUNARI

    Autobiografia di Bruno Munarimunari_nomadica

    Quello nato a Milano nel 1907
    Quello delle Macchine inutili del 1930
    Quello dei nuovi libri per bambini del 1945
    Quello dell’Ora X del 1945
    Quello delle Scritture illeggibili di popoli sconosciuti del 1947
    Quello dei Libri illeggibili del 1949
    Quello delle Pitture negative-positive del 1950
    Quello delle Aritmie meccaniche del 1951
    Quello delle Proiezioni a luce polarizzata del 1952
    Quello delle fontane e dei giochi d’acqua del 1954
    Quello delle Ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari del 1956
    Quello del Portacenere cubico del 1957
    Quello delle Forchette parlanti del 1958
    Quello del design
    Quello delle Sculture da viaggio del 1958
    Quello dei Fossili del Duemila del 1959
    Quello delle Strutture continue del 1961
    Quello delle Xerografie originali del 1964
    Quello degli Antenati del 1966
    Quello del corso di design alla Harvard University USA del 1967
    Quello della Flexy del 1968
    Quello della grafica editoriale Einaudi
    Quello dell’Abitacolo del 1971
    Quello dei Giochi didattici di Danese
    Quello dei colori nelle Curve di Peano del 1974
    Quello dei Messaggi tattili per non vedenti del 1976
    Quello dei bonsai
    Quello dei Laboratori per bambini al museo del 1977
    Quello delle rose nell’insalata
    Quello della lampada di maglia
    Quello dell’Olio su tela del 1980
    Quello dei Filipesi del 1981
    Quello dell’Alta tensione del 1991
    Quello degli Ideogrammi materici del 1993
    Quello premiato col Compasso d’Oro,
    con una menzione onorevole
    dall’Accademia delle Scienze di New York
    e quello premiato dalla Japan Design Foundation
    “per l’intenso valore umano del suo design”
    Quello del premio Andersen per il miglior autore per l’infanzia
    Quello del premio Lego
    (da www.brunomunari.it)


    MARCELLO PICCARDO

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  • Antonello Matarazzo

    On: 16 Ottobre 2014
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    2006, acrilici su tela, 110X150 cm

    Antonello Matarazzo, pittore, regista e video artista.
    Ha lavorato come costumista e aiuto regista al Teatro Bellini di Catania. Dal 1990 è impegnato nella ricerca nel campo delle arti visive. Il suo lavoro si colloca nella più recente tendenza (“Medialismo”) intesa come integrazione dei vari media (fotografia, pittura, video ecc.). Dal 2000, data del suo cortometraggio d’esordio, The Fable (18° Bellaria Film Festival) – prodotto da Fuori Orario (Raitre) – i suoi video sono stati accolti da numerosi festival cinematografici italiani ed internazionali (Mostra Cinematografica di Venezia, Festival Cinéma Méditerranéen Montpellier, Torino Film Festival, Festival du Film sur l’Art de Montréal, Festival des Cinémas Différents de Paris, InVideo, Festival del Cinema Locarno ecc.) alcuni dei quali come la Mostra Int.le del Nuovo Cinema di Pesaro, il Festival Internacional de Cine de Mar del Plata e il Festival Signes de Nuit di Parigi hanno proposto sue retrospettive.
    Realizza inoltre video musicali e documentari a carattere artistico che hanno come protagonisti alcuni suoi colleghi del mondo dell’arte. Nel 2009 realizza un film documentario, Latta e Cafè (4° Festival Int.le del Film di Roma), prodotto per la Filmauro da Luigi e Aurelio De Laurentiis, che a partire dall’esperienza dello scultore e architetto napoletano Riccardo Dalisi, propone una visione singolare del territorio partenopeo.
    Il nucleo della sua ricerca si fonda sull’equivocità tra immagine fissa e movimento, spesso conferendo micromovimenti alle immagini fotografiche attraverso tecniche di morphing e warping, ma il trait d’union tra pittura, video e video-installazioni è costituito dalla marcata inclinazione nell’esplorare aspetti introspettivi e antropologici dell’umano. Questa caratteristica del suo lavoro fa sì che in molte Università, tra le quali Brera, Roma 1, Chieti, Genova, Salerno, Pisa e Cambridge, le sue opere vengano mostrate in seminari e workshop a scopo didattico. Il lavoro di A. M. è stato presentato nelle edizioni 2009 e 2011 della Biennale Arte di Venezia.

    « […] Non conosco l’opera d’artista di Antonello, ma ho visto i suoi film. Ho visto il film in cui mi ha proiettato e ritratto per quanto io abbia cercato di ritrarmene. So, e poi risento, che una genealogia senza nessun appiglio ci unisce. E che le immagini dei suoi film, di quelli che amo di più, tradiscono il rispetto per il giacimento di archivi intrecciati che c’è in ognuna di esse come in ogni volto, in ogni sguardo, in ogni punto ciecoveggente di esse […] »
    – Enrico  Ghezzi,  I figli di nessuno – catalogo “Testimoni per Caso”, ed. Studio Vigato, Alessandria 2004

    Le opere d’artista di Antonello Matarazzo

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  • Le opere d’artista di Antonello Matarazzo

    On: 16 Ottobre 2014
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    « […] Per sintetizzare la figura di Matarazzo potremmo dire che è un caso indicativo di media-maker, essendo ormai da anni inserito in un territorio particolare della medialità. Egli si offre allo sguardo dei critici più attenti per sottolineare il fatto che la dimensione artistica ordinaria è stata già superata, per cui chi vuole continuare a perseguire una strada sperimentale deve scoprire dall’interno l’universo della comunicazione e, quindi, deve associare l’immagine del tutore, del correttore ortopedico, con quella della pittura, della fotografia, del cinema e del video in maniera expanded (long-drawn-out). […] »
    – Gabriele Perretta
    “… à rebours de l’écran” – catalogo Steak&Steel, International Printing Editore, Avellino 2005

    « […] Redenzione: ecco, è questa la parola chiave. Come quella ventosa cattedrale di ruggine attende-disattende la sua improbabile-utopica rifunzionalizzazione (per usare un altro monstrum italoburocratico), così ecco noi corpi variamente danneggiati d’imperfetti bipedi sublunari, eccoci a chiedere mercè, a disperatamente vagheggiare la salute, una qualche salute, un’irresistibile salute precaria. […] Ci battiamo il petto, ci fustighiamo per quelle ferite, quei tagli e quegli sbreghi che rechiamo, che ci segnano in profondo, che più non possiamo dissimulare – che oscuramente, insomma, sappiamo bene essere colpa nostra, e di nessun altro […] Ecco: la forma della carovana – l’andare in fila indiana verso la forma simbolica di quel mulino le cui pale, malgrado tutto, continuano a girare – è un’altra forma simbolica di quelle eloquenti. Uno dietro l’altro, noi imperfetti, in icastica social catena leopardiana. […] »
    – Andrea Cortellessa
    (dall’introduzione del libro/cd/dvd Miserere – ed. Squilibri, Roma 2006)

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