• ALDO BRAIBANTI

    On: 6 aprile 2014
    In: Senza categoria
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    Il pensiero di Aldo Braibanti è un tunnel sotterraneo che passa attraverso le rovine del novecento europeo e si proietta verso i secoli futuri. La sua opera è inafferrabile e precisa, le sue analisi, tanto sociali quanto artistiche e scientifiche, vanno ben al di là dei concetti stantii cui l’uomo contemporaneo si trova oggi mediocremente vincolato, in una riformulazione continua basata su tre passaggi fondamentali: il decentramento, la desaturazione, la deconcentrazione. Questa breve biografia è stata scritta per la pagina Wikipedia da Giuseppe Spina con l’aiuto di Leonardo Carrano che ha corretto il testo con lo stesso Aldo Braibanti. Per volontà di Braibanti, è l’unica biografia autorizzata. [Questo testo è rilasciato sotto licenza Creative Commons CC-by-SA]

    Braibanti_x_Carrano

    Aldo Braibanti (Fiorenzuola d’Arda, 17 settembre 1922 – Castell’Arquato, 6 aprile 2014) è uno scrittore, sceneggiatore e drammaturgo italiano. Intellettuale “a tutto tondo”, partigiano antifascista e poeta, nella sua vita si è occupato di arte, cinema, politica, teatro e letteratura, oltre ad essere un esperto mirmecologo.

    L’infanzia e la giovinezza tra Fiorenzuola e Parma Trascorre l’infanzia a Fiorenzuola, accompagnando spesso il padre medico condotto nei ripetuti spostamenti attraverso la provincia piacentina, dove ben presto scopre la centralità del mondo naturale e sviluppa un pensiero acuto e radicale in tema di ecologia e salvaguardia dell’ambiente, rispetto alla vita animale e in particolare all’interesse per i costumi degli insetti sociali: formiche, api e termiti. In pieno periodo fascista vive “in una famiglia illuminata e ferma nel rifiuto di ogni situazione autoritaria e clericale”[1], tra i sette e gli otto anni inizia a scrivere i primi testi poetici.

    Tra i suoi interessi scolastici vi sono Dante, Petrarca, Carducci, Pascoli e D’Annunzio, ma soprattutto Leopardi e Foscolo ed è in quel periodo che inizia la sua attività poetica, abbandonando subito la rima e le tradizioni stilistiche per scrivere “poesie in libertà”[2]. Di allora sono anche i primi tentativi teatrali (Amneris), i primi dialoghetti filosofici (Il veglio della montagna) e i primi “inni alla natura”. Dopo gli studi liceali a Parma si trasferisce a Firenze e si iscrive alla facoltà di Filosofia, qui nasce l’amore per Leonardo, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza. Inizia a dedicarsi ai collages e agli assemblages spesso secondo la tecnica del “objets trouvés”, mentre l’osservazione delle formiche comincia a precisarsi in un interesse che mira ad essere sempre più scientifico.

    Il periodo fiorentino della Resistenza partigiana Dal 1940 prende parte alla Resistenza partigiana a Firenze partecipa alla nascita dei primi movimenti intellettuali antifascisti e aderisce al partito d’azione “Giustizia e libertà” nel 1943 aderisce al Partito Comunista clandestino, insieme a Gianfranco Sarfatti, Teresa Mattei (Chicchi), Renzo Bussotti, e altri. “Alla base della decisione non vi sono divergenze ideologiche con gli azionisti, bensì il desiderio di “conoscere un’altra classe”[3]. Il Partito Comunista infatti, a differenza di “Giustizia e libertà”, era soprattutto il partito della classe operaia che “portava su di se il peso più grande della lotta di classe […] io che venivo da una classe sociale diversa ho voluto far miei le forme e gli scopi della lotta antifascista partendo appunto dalle necessità improrogabili del mondo del lavoro”[4].

    Sotto il fascismo Braibanti viene arrestato due volte: la prima nel 1943 in seguito a una retata che coinvolse anche il futuro segretario repubblicano Ugo La Malfa, fu scarcerato il 25 luglio quando, alla caduta del fascismo, Pietro Badoglio diede l’ordine di liberare prima i docenti e poi gli studenti – mentre molti tra i “comunisti adulti” arrestati saranno fucilati dai tedeschi. Il secondo arresto, nel 1944, fu ad opera dei nazisti della famigerata Banda Carità, fu torturato dagli aguzzini di Koch. Tutti i suoi scritti fino al 1940 furono sequestrati dalle truppe delle SS italiane e andarono perduti per sempre.

    Gli anni del dopoguerra Nel 1946 fu tra gli organizzatori del Festival mondiale della gioventù a Praga e diviene collaboratore del PCI in qualità di responsabile della Gioventù Comunista toscana. Nel 1947 abbandona la politica attiva dimettendosi da tutti i suoi incarichi con una poesia pubblicata sulla rivista “Il Ponte” che iniziava con la frase: “non è un addio ma un congedo”, declina l’invito di Botteghe Oscure ritenendo di “non essere un politico”. Il dopoguerra è anche il periodo in cui si laurea in filosofia teoretica con una originale ricerca sul tema del grottesco, “inteso come crisi dell’ideale, e quindi come terra di mezzo fra il tragico e il comico”[5].

    Il laboratorio artistico di Castell’Arquato L’abbandono della politica coincide con la scelta di dedicarsi ai vari aspetti culturali in primo luogo quelli artistici. Sempre nel 1947 inizia l’esperienza comunitaria del torrione Farnese di Castell’Arquato, un laboratorio artistico con Renzo Bussotti e Sylvano Bussotti, Roberto Salvadori, Fiorenzo Giorgi e altri, che per sei anni diviene uno studio ceramistico e polivalente. Le opere del torrione Farnese sono state esposte in varie mostre in molte città americane ed europee, tra cui una massiccia partecipazione alla triennale di Milano. A questo punto finalmente Braibanti può dedicarsi alla poesia, alla scrittura di opere teatrali, a sceneggiature, ma anche ai suoi formicai artificiali e a un profondo contatto con la realtà ecologica del tempo.

    A quel periodo risalgono i testi che confluiranno nei quattro volumi della raccolta intitolata “Il circo” (edizioni Atta, 1960), l’inizio dell’operazione cinematografica intitolata “Pochi stracci di sole“, rimasta irrealizzata, ma che anni dopo troverà una continuazione nei film “Orizzonte degli eventi” e “Morphing” e nelle sceneggiature de “Il pianeta di fronte” e “Colloqui con un chicco di riso“. A un certo punto le amministrazioni democristiane di allora non rinnovarono più i contratti d’affitto per la torre. Il laboratorio venne chiuso e ogni membro iniziò un percorso indicato dalle proprie tendenze culturali e artistiche.

    Carmelo Bene, in “Vita di Carmelo Bene“: “Un genio straordinario. C’intendemmo subito. “Vieni a trovarmi a Fiorenzuola D’Adda”, mi aveva detto. Abitava in una torre molto bella. Aveva un formicaio che curava maniacalmente. Sapeva tutto delle formiche e di molte altre cose. Passai da lui dopo la vacanza veneta. Una settimana insieme a un altro pazzo, il suo editore, progettando spettacoli su palloni aerostatici a Portofino, sopra le teste dei miliardari in vacanza. Dormivo in camera sua, su questi letti Ottocento in radica. Uno dei miei tanti padri. Mi sentì un giorno che leggevo Campana. “Il più grande poeta italiano”, disse. M’insegnò con quella sua vocetta a leggere in versi, come marcare tutto, battere ogni cosa. Gli devo questo, tra l’altro. Non è poco. Progettavamo insieme come demolire la convenzione teatrale e letteraria italiana”[6].

    Gli anni romani Nel 1956 Aldo Braibanti partecipa ai lavori per il congresso nazionale del PCI, ma il suo intervento è molto polemico in relazione ad alcuni aspetti di certo stalinismo diffuso. Per questo non viene ammesso tra i delegati. Braibanti abbandona gli schieramenti partitici, pur restando rispettoso dei rapporti fraterni con i suoi vecchi compagni della resistenza e della conseguente politica.[7] Nel 1960, Eugenio Cassin, conosciuto durante il periodo della Resistenza fiorentina, pubblica i quattro volumi de Il circo: il primo contiene poesie dal 1940 al 1960, il secondo e il terzo opere teatrali, il quarto saggi e vari scritti. Dello stesso anno sono l’opera Guida per esposizione e la traduzione in italiano moderno del Giornale di bordo di Cristoforo Colombo, (Schwarz editore, 1960).
    Nel 1962 si sposta a Roma, in quel periodo lavora a teatro con il giovane Carmelo Bene, riprende le collaborazioni con Sylvano Bussotti e Vittorio Gelmetti con il quale collabora per un breve periodo alla fondazione dei Quaderni Piacentini insieme ai fratelli Giorgio e Marco Bellocchio, e molti anni dopo per la versione radiofonica del suo lavoro teatrale Ballata dell’Anticrate che sarà trasmessa da Radio 3 nel 1979. Fino al 1968 Braibanti lavora su una complessa operazione teatrale dal titolo Virulentia: “una catena di spettacoli monografici che chiamavo “bandi”, e che alla fine sarebbero sfociati nel gioco di specchi di una sceneggiatura cinematografica”[8], tra il 1967 e il 1968 infatti porta su pellicola con Alberto Grifi il film: Transfert per kamera verso Virulentia. “Virulentia sviluppava in particolare il rapporto tra persuasione e violenza, e tra persuasione palese e persuasione occulta”[9].
    Era il periodo in cui in Italia arrivavano gli spettacoli del Living Theatre e di Grotowski, molto diversi dall’opera di Braibanti che ebbe un grande impatto soprattutto nell’ambiente romano. “Ogni bando di Virulentia si svolgeva in una serie di tableaux vivants, nei quali la deconcentrazione e la meditazione producevano una serie di “percorsi liberi”, attraverso i quali alla fine si ricomponeva la proposta testuale. Si trattava di un teatro nel quale anche la parola svolgeva un ruolo gestuale”[10]. Il lavoro su Virulentia viene illustrato dallo stesso Braibanti in alcuni dei saggi presenti in Impresa dei prolegomeni acratici. Nel 1967 a Roma tiene una mostra di assemblages insieme a Giampaolo Berto. È il 1968 quando il giudice legge la sentenza di quello che restò tristemente famoso come “il caso Braibanti”.

    aldo braibanti_processo

    L’assurdità di un processo: il “caso Braibanti” Giunto a Roma nel 1962, Braibanti continua la sua ricerca e per un anno e mezzo chiede e ottiene la collaborazione dell’amico Giovanni Sanfratello, un giovane di 23 anni che aveva conosciuto nel periodo del laboratorio artistico del torrione Farnese di Castell’Arquato: “…mi sono spostato a Roma, e Giovanni Sanfratello mi accompagnò, perché venendo a Roma poteva difendersi meglio dalle pressioni assurde del padre, dovute a ragioni religiose, ideologiche e politiche. I Sanfratello, anche loro piacentini, erano ultraconservatori, cattolici e tra i più fascisti, e non riuscivano ad accettare che il loro figlio potesse scegliere una vita tanto diversa dalla loro”[11]. Il 12 ottobre del 1964 Ippolito Sanfratello, padre di Giovanni, presenta denuncia alla Procura di Roma contro Braibanti avendo trovato in modo non chiaro la collaborazione ambigua di unPubblico Ministero: l’accusa è di “plagio”.
    In pratica Braibanti veniva accusato di aver influenzato il figlio e di avergli imposto le proprie visioni e i propri principi. I primi di novembre quattro uomini irrompono nella pensione romana in cui i due erano ospitati e portano via Giovanni con la forza, in una macchina dove era presente anche il padre: Giovanni sarà trasferito prima a Modena in una clinica privata per malattie nervose, poi al manicomio di Verona dove subirà “un grande numero di elettroshock e vari shock insulinici. Tutto questo contro la sua volontà, tenendolo isolato dai suoi amici, dai suoi avvocati e da chiunque avesse ascoltato le sue ragioni” (come scrisse Alberto Moravia, nel testo intitolato Sotto il nome di plagio). Giovanni dopo 15 mesi di internamento fu dimesso, con una serie di clausole che andavano dal domicilio obbligatorio in casa dei genitori al divieto di leggere libri che avessero meno di cento anni. Giovanni Sanfratello, nonostante tutto, al processo dichiarò di “non essere stato soggiogato dal Braibanti”[12].
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    a quelli che denunciavano un fantomatico plagio, non hanno dato nessun valore alle dichiarazioni spontanee di Giovanni. Il pubblico ministero arrivò a dichiarare che: “il giovane Sanfratello era un malato, e la sua malattia aveva un nome: Aldo Braibanti, signori della Corte! Quando appare lui tutto è buio”[13]. Viene dato peso invece alla dichiarazione di un giovane col quale Aldo Braibanti aveva fatto alcuni viaggi lungo l’Italia nell’estate del 1960. Piercarlo Toscani, che all’epoca dell’incontro aveva 19 anni, lo accusò dichiarando tra le altre cose: “il Braibanti aveva tentato di introdursi nella mia mente con le sue idee politiche, cioè comunismo in nome di una libertà superiore e ateismo […] cominciò ad impedirmi le letture di svago a me usuali […] tali impedimenti non erano su basi di una prepotenza esteriore, ma sulla base di una prepotenza interiore, intellettuale, che è molto più forte dell’altra”[14]. Alcuni giornali della destra ufficiale si scagliano contro quello che chiamano “il professore”, “il mostro”, “l’omosessuale”.

    Dopo un processo durato 4 anni, nel 1968, Aldo Braibanti viene condannato a nove anni, che in appello diventano sei. Scontò due anni di carcere e due gli furono condonati perché partigiano della resistenza. Fu il primo e l’unico ad essere condannato per plagio, reato introdotto dal fascismo col Codice Rocco. Questo reato non è mai stato presente in nessun codice del mondo. Di conseguenza questa condanna ha avuto una grande eco nella stampa internazionale che condannò il processo. Tranne un giornale sud-americano dichiaratamente di estrema destra.

    La condanna suscitò ampia eco in tutta Italia, a favore di Braibanti si mobilitarono Alberto Moravia, Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Marco Bellocchio, Adolfo Gatti, Giuseppe Chiarie e numerosi altri intellettuali e uomini di cultura. Si mobilitarono anche i radicali di Marco Pannella. Il processo rivelò infatti rapidamente la sua natura politica, proponendosi come l’estremo tentativo del vecchio ordine sociale di imporre i propri valori contro la marea montante del Sessantotto. In effetti, a differenza di quanto è avvenuto in altre nazioni, nella storia italiana ogni variante sessuale è stata usata giudiziariamente per fini politici di destra. Braibanti fu scelto come “capro espiatorio” in quanto al tempo stesso comunista ed ex partigiano, ma anche irregolare secondo l’ufficialità dei rapporti sessuali di quell’epoca, in un periodo in cui ogni variazione sessuale era giudicata “indifendibile” (in quanto “degenerazione piccolo borghese”) anche in alcune ristrette frange della sinistra ufficiale. La sua era quindi, da un certo punto di vista propagandistico, una figura “indifendibile”, utile per dimostrare che i comunisti stavano corrompendo la gioventù italiana e i valori famigliari tradizionali. Va inoltre notato che la controversa legge sul plagio, introdotta nel codice penale durante il periodo fascista proposto da Rocco, portò nel dopoguerra ad una condanna in questo unico caso e fu successivamente abolita, senza essere più stata applicata, grazie all’infuocato dibattito scatenato dalla sua condanna, con sentenza della Corte costituzionale n. 96 dell’8 giugno 1981.

    Subito dopo la sentenza Pier Paolo Pasolini scriverà: “Se c’e un uomo «mite» nel senso più puro del termine, questo è Braibanti: egli non si è appoggiato infatti mai a niente e a nessuno; non ha chiesto o preteso mai nulla. Qual è dunque il delitto che egli ha commesso per essere condannato attraverso l’accusa, pretestuale, di plagio? Il suo delitto è stata la sua debolezza. Ma questa debolezza egli se l’è scelta e voluta, rifiutando qualsiasi forma di autorità: autorità, che, come autore, in qualche modo, gli sarebbe provenuta naturalmente, solo che egli avesse accettato anche in misura minima una qualsiasi idea comune di intellettuale: o quella comunista o quella borghese o quella cattolica, o quella, semplicemente, letteraria… Invece egli si è rifiutato d’identificarsi con qualsiasi di queste figure – infine buffonesche – di intellettuale.[15]

    Carmelo Bene, dirà nel 1998: “Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l’Italia. Fu condannato a undici anni, per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne… Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l’intellettuale migliore che avesse l’Italia all’epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent’anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri”[16]. Mentre lo stesso Braibanti in “Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti” ricorderà trentacinque anni dopo: “quel processo, a cui mi sono sentito moralmente estraneo, mi è costato due nuovi anni di prigione, che però non sono serviti a ottenere quello che gli accusatori volevano, cioè distruggere completamente la presenza di un uomo della Resistenza, e libero pensatore, ma tanto disinserito dal mondo sociale da essere l’utile idiota adatto a una repressione emblematica. Purtroppo la colpevole superficialità di gran parte dei media ha cercato da allora di etichettarmi in modo talmente odioso che per reazione ho finito col chiudermi sempre più in un isolamento di protesta, fuori da ogni mercato culturale”.

    Gli anni in prigione In prigione Braibanti continua, in condizioni penose e in modo quasi clandestino, la sua attività di poeta, scrive un’opera teatrale dal titolo L’altra ferita in cui riporta in chiave moderna l’avventura del Filottete di Sofocle che verrà rappresentata da Franco Enriquez nel 1970, con la musica elettronica di Pietro Grossi e le scenografie di Lele Luzzati. Altri scritti furono inseriti nella raccolta di saggi pubblicata sempre nel 1970, a cura della Finzi-Ghisi, che ha come titolo Le prigioni di stato.

    Le opere dal 1971 a oggi Uscito di prigione, riprende il ciclo di Virulentia, ma presto lo abbandona per un nuovo ciclo di laboratorio teatrale, Ballate dell’Anticrate, che diventano presto anche una serie di sceneggiati radiofonici, preceduti da Lo scandalo dell’immaginazione e seguiti dalle Stanze di Azoth. Braibanti porta avanti il lavoro teatrale come un laboratorio e le varie opere sono legate da “una sorta di canone infinito, che faceva di tutte le opere teatrali una sola proposta continua”[17]. Per questo i suoi spettacoli non avevano repliche, ma rappresentazioni uniche che Braibanti interpreta come “il momento di saturazione del laboratorio”[18]. Così accade a opere come Il Mercatino, presentato a Cagliari negli anni settanta, a Theatri epistola, presentato a Segni negli anni ottanta. Nel 1979, in occasione di una mostra di assemblages a Firenze pubblica l’opera-catalogo Objets trouvés, sempre negli anni ottanta collabora con la rivista “Legenda” nella quale pubblica sette prose d’arte. Il 1988 è l’anno della pubblicazione dell’Impresa dei prolegomeni acratici (Editrice 28, 1988) un testo dalle tematiche variegate: “della critica storica e di una rifondazione della pedagogia, ma soprattutto descrivo la crisi di sviluppo che mi ha portato fuori dalla psicoanalisi classica, per indirizzarmi coerentemente verso una interpretazione del comportamento più strettamente biologica”[19]. Impresa dei prolegomeni acratici vuole mettere in luce la crisi del linguaggio. “Il linguaggio è una fotografia dell’uomo: come l’uomo tutte le parole nascono, vivono e muoiono”.[20] Nel 1985 scrive la sceneggiatura per il film Blu cobalto per la regia di Gianfranco Fiore Donati e l’interpretazione tra gli altri di Anna Bonaiuto ed Enrico Ghezzi. Il film, presentato al festival di Venezia, riceve un premio dalla Fice (Federazione italiana cinema d’essai) e dalla Lega Cooperative.

    Nel 1991 pubblica Pellegrinaggio a Rijnsburg nella sezione musicale della Biennale di Venezia. Nel 1998 esce Un giallo o mille con testi poetici e collages. Del 2001 è Frammento Frammenti (edizioni Empirìa) che raccoglie gran parte delle sue poesie dal 1941 al 2001. Nel 2003 viene pubblicato Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti (edizioni Vicolo del Pavone) un lungo dialogo con Stefano Raffo in cui Braibanti ripercorre la sua vita e il suo lavoro di pensatore libertario: “chiamo “libertario” chi non si rifugia in una teoria dei “valori”, e riesce senza angoscia a rimettere sempre tutto in discussione. […] Ogni conoscenza degna di questo nome si muove, attraverso una memoria selettiva, verso le interminabili praterie del non conosciuto, negando drasticamente ogni tentazione di inconoscibilità. Ne consegue una totale relatività di ogni verità, di ogni etica, di ogni estetica. Etica e conoscenza si identificano nel rispetto e nella difesa della vita”.

    Tra i suoi video Orizzonte degli eventi realizzato negli anni Ottanta. Nel 2005 gli viene comunicato uno sfratto dalla sua casa in via del Portico d’Ottavia a Roma, in cui viveva da quarant’anni, una vecchia casa popolare malandata in cui Braibanti viveva con la pensione sociale minima: viene creato un “Comitato pro Braibanti”, e alcuni parlamentari de L’Unione (tra cui Franco Grillini e Giovanna Melandri) proposero di assegnargli un vitalizio in base alla legge Bacchelli, concesso il 23 novembre 2006 dal secondo governo Prodi. Nel 2008 lo stabile in via del Portico d’Ottavia viene acquistato dalla famiglia Fuksas e poco tempo dopo Braibanti e la sua libreria composta da migliaia di volumi sono costretti ad abbandonare la casa. Oggi Braibanti vive provvisoriamente a Castell’Arquato, ha in lavorazione il Catalogo degli amuleti, il Nuovo dizionario delle idee correnti, il video in lungometraggio intitolato Quasi niente.

    Opere e pubblicazioni

    • Il circo e altri scritti, 4 volumi (raccolta di opere di teatro, poesie, saggi), edizioni Atta, 1960

    • Guida per espositione, Atta, 1960

    • Le prigioni di Stato, Feltrinelli, 1969

    • Aldo Braibanti: objet trouvé, Firenze, Stamperia della Bezuga, 1979. Catalogo della Mostra tenuta a Firenze nel 1979

    • Impresa dei prolegomeni acratici, Editrice 28, 1989

    • Pellegrinaggio a Rijnsburg nella sezione musicale del Catalogo della Biennale di Venezia, 1991

    • Frammento frammenti: 1941-2003, Edizioni Empiria, 2003

                 Traduzioni

    • Cristoforo Colombo. Il giornale di bordo. Schwarz, 1960 – traduzione dallo spagnolo

      Filmografia

    • Transfert per kamera verso Virulentia regia di Alberto Grifi, dall’operazione teatrale di Braibanti, 1967

    • Orizzonte degli eventi, regia e sceneggiatura

    • “Il pianeta di fronte”, regia e sceneggiatura

    • Colloqui con un chicco di riso, regia e sceneggiatura

    • Morphing, regia e sceneggiatura, con le animazioni di Leonardo Carrano, 1995

    • Blu cobalto, sceneggiatura per la regia di Gianfranco Fiore Donati, con Anna Bonaiuto ed Enrico Ghezzi, 1985

      Radio

    • “Lo scandalo dell’immaginazione”, scritta e diretta per Radio Rai

    • “Le ballate dell’Anticrate”, scritta e diretta per Radio Rai

    • “Le stanze di Azoth”, scritta e diretta per Radio Rai

      Collaborazioni a riviste

    • IMPRINTING sperimentazione e Linguaggio 1975-79

    • La Civiltà Delle Macchine

    • MarcaTre

    • Quaderni Piacentini

    • Sipario

      Bibliografia

    • Stefano Raffo, Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti, Vicolo del Pavone, 2003

    • Anonimo, La sentenza Braibanti (atti del processo), De Donato, Bari 1969. Esame della vicenda, in ottica innocentista.

    • Alberto Moravia, Umberto Eco, Adolfo Gatti, Mario Gozzano, Cesare Musatti, Ginevra Bompiani, Sotto il nome di plagio, Bompiani, Milano 1969. Interventi di intellettuali italiani a favore di Braibanti.

    • Libérez Braibanti!: suivi de Tartuffe et Dom Juan, Jean Pierre SCHWEITZER, Aldo BRAIBANTI, les amis de Jules Bonnot, 1971

    • Umberto Eco, “Il costume di casa. Evidenze e misteri dell’ideologia italiana negli anni sessanta”, Bompiani, Milano, 2012

    • Gabriele Ferluga, Il processo Braibanti, Silvio Zamorani editore, Torino 2003, ISBN 88-7158-116-4. Monografia sul caso Braibanti, che riesamina il caso in una prospettiva storico-politica.

    • Andrea Pini, “Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta”, 2011

    Note

    1. ^ Vedi Stefano Raffo, Emergenze. Conversazioni con Aldo Braibanti, 2003, p. 45

    2. ^ Raffo, 2003, p. 46

    3. ^ Raffo, 2003, p. 37

    4. ^ Raffo, 2003, p. 37

    5. ^ Raffo, 2003, p. 20

    6. ^ Carmelo Bene – Giancarlo Dotto, “Vita di Carmelo Bene”, ed Bompiani, 1998, p.115

    7. ^ da un’intervista contenuta in Andrea Pini, Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta, 2011, p. 181

    8. ^ Raffo, 2003, p. 49

    9. ^ Raffo, 2003, p. 49

    10. ^ Raffo, 2003, p. 50

    11. ^ Pini, 2011, p. 181

    12. ^ Lambda, rivista, gennaio-febbraio 1979

    13. ^ Lambda, rivista, gennaio-febbraio 1979

    14. ^ Lambda, rivista, gennaio-febbraio 1979

    15. ^ Il caos su “Il Tempo”, n. 33, 13 agosto 1968

    16. ^ Carmelo Bene – Giancarlo Dotto, 1998, p. 121

    17. ^ Raffo, 2003, p. 50

    18. ^ idem

    19. ^ Raffo, 2003, p. 52

    20. ^ idem

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  • Una voce contro il potere

    On: 9 febbraio 2014
    In: Senza categoria
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     Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava.

    (saggio introduttivo di una serie di scritti sul cinema di Giuseppe Fava, pubblicato in occasione della retrospettiva itinerante curata da Nomadica // http://www.nomadica.eu/il_cinema_di_giuseppe_fava/ )

    Giuseppe Spina

    A colpirci profondamente sono stati sei film che gli amici del “coordinamento Fava” di Palazzolo Acreide ci hanno mostrato esattamente un anno fa, sei film a noi prima sconosciuti nonostante da tempo siamo vicini alle opere di Fava. 

    Lavoriamo fuori dai confini di un ambiente cinematografico caratterizzato da forti rapporti di potere, seguendo la nostra pratica quotidiana di resistenza: la diffusione di film non visibili, in molti casi realizzati a bassi budget, che spesso non sono “regie” in senso classico, ma testimonianze, sforzi narrativi che tirano dall’oblio spaccati di realtà, portandola su un piano parallelo, quello del cinema appunto. Dopo aver conosciuto questi aspetti del lavoro di Fava, così vicini al lavoro che facciamo, abbiamo sentito la necessità di trovare il modo di diffondere queste opere, convinti che siano, oggi ancor più di ieri, dei documenti illuminanti, utili, originali, tanto nei contenuti che nelle forme. Un veicolo contemporaneo per portare il pensiero di Fava tra la gente.

    Tutta l’opera di Fava sviluppa nel tempo un percorso complesso di analisi e di consapevolezza della società (siciliana/italiana/europea), creando – nel tempo – un’intricata trama creativa che dovrebbe essere analizzata come su un unico banco di lavoro.
    Ripassando tutta la produzione di Fava ne idealizziamo il lavoro come una pratica di scrittura e ri-scrittura, ascolto e ri-ascolto, visione foto e cinematografica, e poi analisi continue, di tutto il vissuto e il conseguente immaginario: aule giudiziarie, procuratori, poveri, mafiosi, puttane, sporchi imprenditori, borghesi, preti, giornalisti, piccoli politicanti, contadini, immigrati, mantelli neri, lupare, ragazzi di strada, cemento, sangue. In romanzi, teatro, inchieste, racconti, disegni, pitture, e nel ritrovato lavoro col cinema, con la televisione: in tutte queste “forme” i numerosi soggetti, le storie, i personaggi, ma anche certi luoghi, i temi, le costruzioni narrative, la dovizia di particolari, si ripresentano negli anni, avanzando in una grande partitura in cui si ripetono, ampliano e trasformano, temi e strutture melodiche.

    L’interesse di Fava per il cinema si avverte già dai primi scritti (e continuo a riferirmi a tutte le forme di scrittura da lui praticate che siano direttamente legate alla realtà o totalmente alla fantasia, che siano inchieste, favole o opere teatrali), segni evidenti e continui di note, particolari e didascalie che esprimono un rapporto con il frammento narrativo e scenico sempre in tensione, come se la spinta descrittiva interna a questi lavori fosse trasportata da un movimento teso e continuo verso un rapporto diretto con i personaggi e con l’attenta osservazione della realtà (per quanto immaginata, inventata, ripresa e/o rimodellata). Prima che vi uccidano – primo romanzo del 1967 ma pubblicato da Bompiani solo nel 1977, dopo il successo di Gente di rispetto – possiede già pienamente questo linguaggio e qualcuno ha fatto notare (nella seconda di copertina dell’edizione citata) la relazione con alcuni tratti tipici dei kolossal cinematografici, tanto per l’epopea che vi si racconta quanto per la quantità di personaggi che si muovono tra le storie. Ma è importante notare come Fava spoglia questa dimensione dal divismo e dall‘esagerazione romantica a cui la mente subito corre: non ci sono eroi, le scene di povertà, di violenza, di potere sono spesso dure e impressionanti a causa della loro crudezza e di quei primi piani lucidi e atroci che solo un racconto minuzioso (o una sequenza ben costruita) è in grado di generare.

    Adatte a questo caso le stesse parole di Florestano Vancini che, sotto la spinta di Dino De Laurentiis, riprese il testo teatrale La Violenza del 1970, per il film La violenza: Quinto potere (1972), che “non fu accolto bene dalla critica. Probabilmente a causa del fatto che era un film privo di un eroe. I film di mafia che funzionavano all’epoca, quelli di Damiani o di Petri per intenderci, avevano sempre una risoluzione… c’è sempre una figura emergente. Nel mio film invece questa figura non c’è. Tanti personaggi e nessun eroe: nessuno è protagonista” (in Florestano Vancini. Intervista a un maestro del cinema di Valeria Napolitano). Questa dimensione di equilibrio tra i personaggi, è già propria del testo teatrale. É una dimensione che si ripresenta spesso nelle opere di Fava: la moltiplicazione dei personaggi centrali che rappresentano di volta in volta parti differenti di società, e parlano, agiscono o urlano in nome di quelle precise parti sociali. È l’individuo che predomina, con la sua forza e la sua disperazione, la supremazia, la vigliaccheria, il male, la debolezza e la speranza.

    Attraverso la visione totale dell’opera di Fava, guardandola in filigrana, si svelano, tra i personaggi centrali, delle figure chiave costruite nel tempo, testo dopo testo, immagine dopo immagine, che lo accompagnano verso il punto cruciale di tutto lo sforzo creativo: la ricerca della verità. Uno tra tutti il Michele di Prima che vi uccidano, il più profondo forse, forse il più cinematografico, la cui “passione” ritornerà in quello che sarà – per forza di cose – l’ultimo romanzo/sceneggiatura, Passione di Michele. O la sua controparte femminile, Rosalia/Pupa, la cui disperazione di madre brechtiana si intreccia a un esser puttana, vittima morale e fisica: i volti di donna che si moltiplicano in opere diverse (in due testi teatrali La violenza e Foemina Ridens, nei film di Schroeter e Vancini, in Anonimo Siciliano – la regia cinematografica dello stesso Fava).


    Questi meccanismi creativi e di ricerca saranno sempre accompagnati da forme stilistiche difficilmente etichettabili, in cui in certi casi la potente espressione viene tenuta a freno da una sorta di iperreale minuzioso, fotografico, il cui immaginario è piantato in Sicilia, negli anni che vanno dal secondo dopoguerra alla metà degli ottanta, mentre altre volte esplode con la povertà di uno schizzo e una ricchezza fantastica che giunge ai limiti del surreale.


    È nota l’importanza che la fotografia ha avuto nel lavoro di Fava, dal giornalismo alla pittura. Allo stesso modo credo che la sua scrittura nasca da un rapporto intrinseco con l’immagine in movimento: è la scrittura di un regista che fa vedere e racconta attraverso un movimento della descrizione. Vittorio Sindoni ci dice che sono stati necessari solo tre giorni per scrivere la sceneggiatura delle 6 puntate per la Rai. 6 film, tra documentario, fiction e teatro, per un totale di 210 minuti, scritti in soli tre giorni. Sono infatti film tratti dalle inchieste contenute in
    Processo alla Sicilia e I Siciliani, testi che sono già in se delle sceneggiature complete. Film che contengono estratti di quelle opere teatrali le cui didascalie sono così minuziose che lo stesso Giorgio Albertazzi ne sottolineò la bellezza dicendo che “avrebbero meritato una pubblicazione a parte” (è una dichiarazione di Pippo Pattavina, contenuta negli Atti della giornata di studi dell’Università di Catania). La sceneggiatura è dunque già scritta, è il risultato di trent’anni di lavoro e analisi, basta spezzare, riallacciare, incastrare i pezzi in questo grande quadro post-moderno di cui Fava conosce ormai le venature più sottili, i solchi più profondi, poetici, terribili.

    Nel 1967 Fava attraversa la Sicilia in un lungo viaggio, cerca e incontra le realtà più misere, disperate, affascinanti e dimenticate dell’isola. La Sicilia si trovava in una fase decisiva, il passaggio da una condizione prevalentemente sotto-proletaria verso un infausto progresso che, sotto la triplice alleanza Stato-Mafia-USA, stava investendo tutta la nazione. Il giornalista riporta questa ricerca in 35 lunghe inchieste poi pubblicate in un testo dal titolo Processo alla Sicilia, testo in cui è ancora evidente una spinta positiva nei confronti della società siciliana a venire (e dell’uomo), una speranza. È una sensazione condivisa da molti in quel periodo: basti pensare al lavoro che Roberto Rossellini realizza per la Rai nel 1970, un documentario dal titolo “Idea di un’isola”, nel quale evidenzia la nuova industrializzazione e tratta i caratteri siciliani con lo stesso tono positivo. Certo, questo documentario fu realizzato per scopi prettamente economici, si doveva comunicare agli imprenditori USA che la Sicilia stava diventando una terra in cui poter investire grosse somme di denaro, ma è anche vero che certe proposte imprenditoriali venivano in quel periodo salutate con entusiasmo dallo stesso Fava – ad esempio il progetto iniziale del ponte sullo stretto o l’industrializzazione di zone naturalisticamente splendide come Priolo e Augusta. Non si poteva ancora immaginare come questo progresso si sarebbe presentato qualche anno dopo.
    Ed è appunto dopo dieci anni che Fava decide di ripercorrere lo stesso viaggio, per conoscere le manifestazioni del progresso, per guardarlo in faccia e capire cos’è cambiato nell’isola. Il risultato sono altrettante inchieste pubblicate in un nuovo testo, in una sorta di
    remake, nel 1980, I Siciliani, in cui si rende conto delle catastrofi che stanno distruggendo l’isola, dell’impossibilità di uno sviluppo corretto e controllato che possa riflettere e riflettersi in una società civile. La costa sud-orientale dell’isola è rovinata da industrie già obsolete, la mafia è cambiata, sta dentro tutto e divora tutto, il ponte è ormai solo un enorme inganno.

    È proprio intorno alla fine degli anni settanta che Fava prende in considerazione la possibilità di usare – in prima persona – le immagini in movimento, di scrivere e agire mediante il cinema, o meglio, la televisione. E’ il periodo in cui si comprende il potere (anche il più oscuro) del mezzo e le guerre combattute su vari fronti porteranno al conosciuto predominio della Tv commerciale. Dal canto suo Fava ha sempre preferito il teatro come veicolo di pensiero, perché arriva in modo diretto alla gente, quindi più adatto a “restare dentro la verità” (Cronaca di un uomo libero, di Rosalba Cannavò, p.107), evita le trappole e le crisi economiche del cinema, e può “…essere fruibile anche da un punto di vista televisivo. […] Attraverso lo strumento televisivo il teatro può essere portato alla conoscenza di immense moltitudini […]” (Pietro Isgrò, Cinque domande “cattive” a Giuseppe Fava, “La Sicilia”, 25.1.1975).
    Mediante le immagini televisive poteva intrecciare le inchieste, mettere in scena stralci delle opere teatrali, ricostruendo – ancora – certi personaggi, riadattando storie e narrazioni, poteva mettere in gioco la stessa propria presenza fisica e mostrare a milioni di persone quello di cui stava così assiduamente scrivendo.

    Fava in passato aveva collaborato con registi di spessore, conosce quindi l’industria-cinema, e non si fida: troppe trappole, il cinema è in piena crisi economica, le sale iniziano a svuotarsi e da lì a poco una percentuale altissima passerà ai porno e successivamente chiuderà i battenti.

    Nel 1972 collabora con Vancini per “La violenza: quinto potere”, con il quale si crea un rapporto di profonda amicizia. Vancini allarga il soggetto dell’opera teatrale agli atti della storica commissione antimafia presieduta da Francesco Cattanei tra il 1968 e il 1972 (inserendo tra le altre scene una ricostruzione della strage di Viale Lazio). Questa soluzione, per quanto valida e utile a far conoscere al pubblico l’azione della mafia, disperde la forza e la coerenza del testo teatrale tutto sviluppato all’interno di un aula processuale, fortemente claustrofobico, in cui i ritratti e le parole formano dei mondi a sé, che si scontrano, si distruggono in un’opera che per potenza ricorda il Marat/Sade di Peter Weiss. Il film, come già scritto, non piacque alla critica, non ebbe seguito.

    Gente di rispetto viene girato da Luigi Zampa nel 1975. Zampa aveva collaborato più volte con Brancati, ma sono passati più di vent’anni e ora non riesce ad interpretare il romanzo di Fava – i cui elementi sono più articolati e oscuri. Ne fa un film carico di convenzioni lontano dalla complessità e dai folgoranti spunti narrativi del libro, un film che manifesta la stanchezza del regista (espedienti che sfiorano il ridicolo, come il troppo evidente uso di manichini, delusero molto Fava).
    Scritto inizialmente per il film e successivamente diventato un romanzo, Passione di Michele è una sceneggiatura enorme che il regista tedesco Werner Schroeter è costretto in buona parte a tagliare – per quanto sembri dalle sue dichiarazioni che molte scene presenti nel testo siano state girate e non montate: “Ho girato molto, sono stato costretto a tagliare numerose scene perché il film durava sette ore…” (in “Cinéma” n. 267, marzo 1981). Il risultato è Palermo oder Wolfsburg, 1981, 175 minuti, un capolavoro, Orso d’Oro a Berlino, che dimostra ancora una volta – se necessario – come il discorso di Fava su giustizia, violenza, potere e miseria umana vada ben oltre i confini dell’isola. Nonostante il grande successo in Germania, nonostante affronti una questione che riguarda milioni di italiani – quella dell’immigrazione nei paesi del nord Europa – il film non fu mai distribuito in Italia…

    Della povertà culturale in cui rantolava il cinema italiano Fava continuerà a scrivere parecchio. L’industria cinematografica riconosce in vari modi l’importanza e il valore del lavoro di Fava, ma non è in grado di tradurlo in linguaggio, forse di contenerne la complessità. E nel caso in cui ci riesce ciò avviene lontano dal territorio nazionale.

    Fava si trova a Roma quando incontra Werner Schroeter. Tra il 1978 e il 1979, l’“Espresso sera”, giornale catanese per il quale lavorava da vent’anni e di cui era caporedattore, non gli conferma il dovuto passaggio a “direttore” – mansione che svolgeva da tempo in modo ufficioso. Fava inizia a dar fastidio, strappa con il monopolio dell’informazione catanese e non può più lavorare. Deluso lascia il giornale e la città, trasferendosi a Roma dove oltre a continuare la sua attività di giornalista conduce per RadioRai diverse puntate della trasmissione Voi ed io (pare andate perdute). In questa fase inizia la collaborazione con il regista tedesco – già autore di un film italiano Nel regno di Napoli del 1977 – e inizia così a scrivere il testo per Palermo oder Wolfsburg.

    Durante questa esperienza Fava segue la troupe a Berlino e Wolfsburg per intere settimane, scoprendo così i segreti della macchina-cinema: questo viaggio sarà fondamentale per il suo rapporto con la macchina da presa che da lì a breve nascerà.
    Nello stesso periodo Mario Giusti viene nominato direttore della Terza Rete siciliana della Rai. Giusti non è solo un amico di Fava, ma anche uno stretto collaboratore: è direttore del teatro Stabile di Catania, ha lavorato su diverse opere di Fava, dunque accetta la richiesta di quest’ultimo e approva il progetto per una serie di episodi televisivi che raccontino “gli aspetti più agghiaccianti dell’isola” (da un articolo ritrovato su ufficiostampa.rai.it).
    Si arriva così alla serie televisiva “Siciliani” – un misto tra documentario, film d’inchiesta, teatro filmato – girata in 16 mm, che verrà trasmessa sulla rete nazionale un’unica volta nel 1980 (vedi filmografia).

    Vogliamo proporre al resto degli italiani un’immagine dei siciliani diversa da quella stereotipata che si sono fatti ancor prima dell’unità d’Italia”, questa la dichiarazione che Fava e Sindoni rilasciano a Giuseppe Bocconetti. Da quest’articolo dal titolo Una voce che arrivi al potere, si capisce qual è l’intenzione del capo della struttura Mario Giusti, cioè dare a milioni di persone dei punti di vista reali e duri dei problemi dell’isola. Scrive Bocconetti: “…la sfiducia verso lo Stato e le sue istituzioni è assai diffusa. E la RAI per i siciliani non è che una delle tante rappresentazioni del potere che celebra se stesso. Qui, dunque, più che altrove la “scommessa” di cui parlano i dirigenti centrali della Terza Rete s’è fatta sfida”. Chissà se i dirigenti centrali della Terze Rete sapevano che a programmi già avviati l’80% del territorio non riceveva ancora il segnale.

    Giuseppe Fava propone quindi il progetto dei 6 documentari a Mario Giusti, che lo accoglie, la Rai ne affida la regia a Vittorio Sindoni ed è quest’ultimo che chiama Riz Ortolani per la colonna sonora. Il viaggio di Fava e Sindoni lungo l’isoladura circa un mese, il montaggio è rapido (“il ragazzo che montava, nella sede Rai di Palermo, era felicissimo di lavorare ininterrottamente su questo materiale” ci racconta Sindoni), le riprese vengono effettuate subito dopo il film con Schroeter (alcuni bambini di Palma di Montechiaro sono presenti tanto nel film del regista tedesco quanto in uno degli episodi).
    Il risultato sono 6 film dalle caratteristiche molto diverse tra loro ma con una precisa coerenza nella ripresa e ricostruzione della realtà, tra improvvisazione e finzione. I temi sono diversi: la lucida sintesi storica dalla vecchia alla nuova mafia (
    Da Villalba a Palermo), lo scandalo dei terremotati della Valle del Belice (L’occasione mancata), la miseria in cui i bambini vengono fatti emigranti (La rivoluzione mancata), i “paesi buoni” senza criminalità ma “morti” (La conversazione mai interrotta), la devastazione delle industrie e la beffa delle miniere (Opere Buffe), l’emigrazione forzata (Gaetano Falsaperla, emigrante). Al cambiare dei temi cambiano i registri narrativi, il linguaggio che si dà è a volte freddo e serrato altre volte triste e malinconico. La regia di Sindoni è semplice, si limita a seguire la voce e l’intrecciarsi dei testi, mentre la voce-off, dello stesso Fava, è a tratti onnisciente a tratti talmente umana da confondersi con quella della gente, per strada: in Da Villalba a Palermo Fava chiede ad un ragazzo “ma se vedessi ammazzare una persona per strada, andresti alla polizia?”, e il ragazzo risponde “e se io le chiedessi la stessa cosa? Lei cosa farebbe?”. La voce-off rende esaltante e amplifica la presenza fisica di Fava che intervista, sta dietro la camera, entra in relazione con i personaggi, recita, con la leggerezza di chi sa parlare con le persone (di teatro o di strada che siano), con la sicurezza di chi conosce altrettanto a fondo quell’intricata situazione sociale dominante.

    Fava intervista uomini, donne, bambini, vecchi, che sono minatori, disoccupati, casalinghe col marito all’estero, migranti, mafiosi, professori, poeti, artisti. Si serve di fotografie, ricostruisce scene di omicidi, di viaggi in treno, si cala dentro le miniere dell’entroterra, tira fuori testi di teatro, di romanzi, di inchieste. Alcuni di questi incontri sono fortuiti, fatti lungo il viaggio, altri sono scritti e recitati da attori come Ida Di Benedetto, i catanesi Pippo Pattavina, Tuccio Musumeci, Mariella Lo Giudice, Leo Gullotta, altri ancora sono interventi di artisti come Bruno Caruso, Ignazio Buttitta.

    Dietro questi lavori c’è una struttura creata a Catania da Fava per il teatro, la Cooperativa Alpha, che inizia a occuparsi di produzione cinematografica, lavorando con giovani tecnici della Sicilia orientale. Dopo la serie Siciliani, la Cooperativa produce per RaiTre le serie Minoranze etniche in Sicilia, dell’allora sconosciuto Giuseppe Tornatore; Le feste popolari, di Orazio Torrisi (che era stato aiuto regia nel film di Schroeter e organizzatore di produzione per Siciliani); e andrà coi conti in rosso per Effetto luna sulla Sicilia ellenica, le quattro regie di Fava.

    Uno di questi quattro film – si parla di una Medea siciliana – lo stiamo ancora cercando, ma scoprire le tre regie realizzate interamente da Fava (con l’aiuto di Orazio Torrisi), con una troupe leggerissima è stata una grossa emozione, soprattutto per la totale libertà di espressione che risulta subito evidente. Certo da un punto di vista tecnico questi film sono disastrosi, ma Fava è finalmente svincolato dai linguaggi che in un modo o nell’altro i suoi collaboratori hanno apportato nei film precedenti e si sente libero di sperimentare: Il tempo, la bellezza, il silenzio è una poesia per immagini, in Clowns del teatro antico ovvero il Miles siciliano riadatta Plauto, in Anonimo Siciliano riprende la sua unica regia teatrale, Foemina Ridens, e la impressiona su pellicola.

    L’ultimo contatto con la televisione Giuseppe Fava lo ha con Enzo Biagi, in un’intervista mandata in onda il 28 dicembre del 1983. E’ ancora la sua presenza fisica, la sua voce, a colpire con esattezza, con racconti precisi e lucidi che sembrano uscire fuori dalla realtà e svilupparsi in quel mondo parallelo nel quale riesce, ancora e per l’ultima volta, a sviluppare il nuovo immaginario a cui la società intera sarebbe arrivata diversi anni dopo, quello che ci porta alle ruberie e agli incastri politico-mafiosi degli ultimi vent’anni, alle trattative Stato-Mafia, che ci porta di fronte alla verità che ha cercato per tutta la vita e che – in vari modi – può farci ancora vedere. —–

    “Prima che vi uccidano” è anche il titolo, proposto da Sergio Mattiassich Germani, della retrospettiva sul cinema di Pippo Fava curata da Nomadica – circuito per il cinema autonomo. La rassegna è itinerante e totalmente gratuita, ed è organizzata con il sostegno e il prezioso aiuto della Fondazione Fava, del Coordinamento Fava, de I mille occhi – festival del cinema e delle arti, di Fuori Orario – Raitre e della Cineteca Nazionale. Il titolo riprende una frase di Rossano, personaggio dell’omonimo romanzo. Ed è Rossano, che Claudio Fava ha definito una sorta di “anticristo”, a pronunciare queste parole durante un comizio, in piazza, davanti a una moltitudine povera e esultante:
    “La voce gli mancò, e allora fece affannosamente un giro su se stesso, con le braccia levate, guardando le case e i palazzi lontani:<<Voi, voi! >>gridò,<<Voi che siete i padroni delle miniere, dei pascoli, delle chiese e delle foreste, aiutateli a non morire, perché anch’essi hanno anima umana. Aiutateli, prima che vi uccidano, poiché se essi saranno destinati a morire, la vostra morte sarà ancora più orribile. Quanto voi vi siete glorificati e avete lussuriato, tanto avrete tormento e cordoglio, ed alla fine direte: ahi le nostre case, i nostri palazzi, i nostri figli così felici, le nostre chiese ch’erano vestite di bisso e porpora, ch’erano adorne d’oro e pietre preziose, una cotanta ricchezza è stata distrutta in un attimo… >>.

    Giuseppe Spina, 2012

    Filmografia

    [Purtroppo la filmografia qui indicata non è ancora completa. Fava ha sceneggiato dei film di Ugo Saitta (regista catanese ancora poco conosciuto) – presenti alla Filmoteca Regionale Siciliana, ma la notizia ci è giunta troppo di recente per riportarne qui traccie dettagliate. Inoltre la copia della citata “Medea siciliana” con Ida Di Benedetto – prodotta per la serie “Effetto luna sulla Sicilia ellenica” – non è ancora stata ritrovata e di conseguenza non possiamo fornirne i dati.]

     

    Soggetti e Sceneggiature


    La violenza: quinto potere

    regia: Florestano Vancini

    sceneggiatura: Massimo Felisatti, Fabio Pittorru e Florestano Vancini, dal testo teatrale “La Violenza” di Giuseppe Fava.
    musiche: Ennio Morricone
    origine: Italia 1972

    durata: 85′

    Con Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Riccardo Cucciolla, Ciccio Ingrassia

    Gente di rispetto
    regia: Luigi Zampa

    sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Zampa. Dal romanzo omonimo di Giuseppe Fava.

    origine: Italia 1975
    durata: 115′
    Con Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Nero, Jennifer O’Neil.

    Palermo oder Wolfsburg

    regia: Werner Schroeter

    sceneggiatura: Giuseppe Fava, Werner Schroeter, O. Torrisi, K. Dethloff

    origine: RFT/Svizzera 1980

    durata 175′

    Con Ida Di Benedetto, Antonio Orlando, Nicola Zarbo, Brigitte Tolg, Gisela Hahn

    [Orso d’Oro a Berlino (1980), mai distribuito in Italia. Dalla sceneggiatura nasce il romanzo Passione di Michele]

    Regia, co-regia e sceneggiatura

    Serie RAI – “Siciliani” – co-regia Vittorio Sindoni (film indicati per ordine di trasmissione RAI – inclusa data)
    Gaetano Falsaperla, emigrante – Con Leo Gullotta, Mariella Lo Giudice, Anna Malvica, Agostino Scuderi. Con l’intervento di Ignazio Buttitta (29/6/80)
    L’occasione mancata – Con l’intervento di Bruno Caruso (4/7/80)
    La conversazione mai interrotta – Con Giuseppe Pattavina, Giuseppe Lo Presti e con l’intervento di Nello Caramma (il puparo) (13/7/80)
    Opere Buffe – Con Miko Magistro, Turi Scalia (20/7/80)
    La rivoluzione mancata – Con Tuccio Musumeci, Giovanni Cutrufelli, Loredana Martinez (27/7/80)
    Da Villalba a Palermo – Con Ida Di Benedetto, Corrado Gaipa, Biagio Pelligra. Con l’intervento di Ignazio Buttitta (25/8/80)

    Serie RAI – “Effetto luna sulla Sicilia ellenica

    Il tempo, la bellezza, il silenzio – durata 00:28:00
    con Orazio Torrisi, Cettina
    Bonaffini,Silvana Lo Giudice (danzatrice)

    Clowns del teatro antico ovvero il Miles siciliano – durata 00:28:36

    con Tuccio Musumeci, Turi Scalia, Concita Vasques, Stefania Bifano, Marta Bifano

    Anonimo siciliano – Ia e 2a parte– durata 00:58:00
    con Mariella Lo Giudice e Giuseppe Pattavina

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  • Processo alla Nazione

    On: 3 febbraio 2014
    In: Senza categoria
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    Processo alla Nazione. Giuseppe Fava trent’anni dopo.

    Omaggio collettivo e itinerante tra cinema, giornalismo, teatro, cultura.

    FEBBRAIO-MARZO, BOLOGNA 2014

    a cura di Nomadica, Caracò, I Siciliani giovani

    con la collaborazione di:

    Fondazione Fava, Coordinamento Fava, Cineteca di Bologna, Distribuzioni dal basso,
    Kinodromo, SpazioMenomale, SalaDoc D.E-R,
    Diecie Venticinque,
    MadreporaTeatro (Centro delle donne – Associazione Orlando),
    Il Campanile dei Ragazzi, Ass. Gli anni in tasca – Il cinema e i ragazzi,
    Presidio Studentesco e Universitario di Libera-Bologna,
    I Mille Occhi, FuoriOrario (RaiTre); 

    Durante gli ultimi anni di vita Giuseppe Fava giunge ad un’analisi lucida: la mafia è un potere multinazionale che siede nelle poltrone del parlamento. E’ un potere che riguarda e tocca tutti noi sin da bambini, anche se non ce ne accorgiamo, e che fa di noi, in partenza, dei mafiosi. Solo attraverso una consapevolezza profonda del fenomeno come delle sue innumerevoli manifestazioni è possibile prendere coscienza di questo rapporto e cercare di superarlo. Fava parla di un’isola che è l’Italia, di un’Italia che è il mondo occidentale. Da questo il “Processo alla Nazione” – parafrasando il titolo del suo primo libro-inchiesta “Processo alla Sicilia” (1967) – ma fatto a colpi di cultura: di cinema, di televisione, di romanzi, di opere teatrali, di vero giornalismo; fatto con la convinzione che solo attraverso la dignità di questi mezzi è possibile costruire una società altrettanto degna. Un “processo”, di cui conosciamo già la sentenza, diventa così l’omaggio stesso a Giuseppe Fava, 30 anni dopo il suo assassinio (Catania, 5 gennaio 1984). Questa manifestazione toccherà decine di spazi differenti della città di Bologna e verrà riproposta in altre città d’Italia. (gs)

    Questo evento multiplo prende le mosse dalla retrospettiva “Prima che vi uccidano. Il cinema (e la TV) di Giuseppe Fava”, sviluppato da Nomadica: qui il link

     

    Processo alla Nazione. Omaggio a Giuseppe Fava

    Processo alla Nazione. Omaggio a Giuseppe Fava

    Omaggio a Giuseppe Fava

    Omaggio a Giuseppe Fava

     

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  • Rezza / Mastrella

    On: 11 marzo 2013
    In: Senza categoria
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    Ottimismo democratico
    12 cortometraggi in bianco e nero + Il passato è il mio bastone

    Italia, 1990 – 1999, 02:11:00
    lingua italiano – sottotitoli eng
    di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

    Ottimismo democratico
    12 cortometraggi in bianco e nero + Il passato è il mio bastone

    Italia, 1990 – 1999, 02:11:00
    lingua italiano – sottotitoli eng
    di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

    Video-percorso di cortometraggi di Flavia Mastrella e Antonio Rezza ideati e prodotti tra il 1990 e il 1999. Una costante caratteriale è la presenza del corpo tragico-catastrofico e della parola (ipnotica) di Antonio Rezza. Le storie raccontano di una cultura in decadenza. I film sono realizzati a basso budget e risentono delle influenze stilistiche dettate dalla tecnologia. Questa carenza conferisce al corto un ulteriore carattere espressivo e lo definisce fino a farlo trasudare amaro. Nelle storie, nella voce e nelle ambientazioni tutto è denso di atmosfere e le inquadrature intrappolano il corpo in uno spazio estraniante dove, nell’insieme frammentario, il protagonismo di un’umanità pedante campeggia meschino e estremamente comico.
    > acquista DVD + Libro fotografico “Ottimismo democratico” presso KIWIDO

    Suppietij – Italia, 1991, 00:11:33, VHS b&n, ita/ eng

    Larva – Italia, 1993, 00:00:54, Hi8 b&n, ita/ eng

    De civitate rei – Italia, 1994, 00:28:44, Hi8 b&n, ita/ eng

    Il piantone – Italia, 1994, 00:14:47, Hi8 b&n, ita/eng

    Fiorenzo – Italia, 1995, 00:04:35, Hi8 b&n, ita/eng

    Zero a zero – Italia, 1995, 00:02:30, Hi8 b&n, ita/eng

    Schizzopatia – Italia, 1995, 00:10:20, Hi8 b&n, ita/eng

    L’handicappato – Italia, 1997, 00:03:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Hai mangiato? – Italia, 1997, 00:02:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Porte – Italia, 1997, 00:01:54, Hi8 b&n, ita/eng

    Virus – Italia, 1997, 00:02:24, Hi8 b&n, ita/eng

    Il Mosè di Michelangelo – Italia, 1999, 00:02:14, DV Cam b&n, ita/eng

    Il passato è il mio bastone – Italia, 2008, 00:45:00, DV/ HDV/ Hi8/ VHS/ Digital Betacam

    03 Il passato è il mio bastone - Rezza di Martina Villiger

    Ottimismo democratico
    12 cortometraggi in bianco e nero + Il passato è il mio bastone

    Italia, 1990 – 1999, 02:11:00
    lingua italiano – sottotitoli eng
    di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

    Video-percorso di cortometraggi di Flavia Mastrella e Antonio Rezza ideati e prodotti tra il 1990 e il 1999. Una costante caratteriale è la presenza del corpo tragico-catastrofico e della parola (ipnotica) di Antonio Rezza. Le storie raccontano di una cultura in decadenza. I film sono realizzati a basso budget e risentono delle influenze stilistiche dettate dalla tecnologia. Questa carenza conferisce al corto un ulteriore carattere espressivo e lo definisce fino a farlo trasudare amaro. Nelle storie, nella voce e nelle ambientazioni tutto è denso di atmosfere e le inquadrature intrappolano il corpo in uno spazio estraniante dove, nell’insieme frammentario, il protagonismo di un’umanità pedante campeggia meschino e estremamente comico.
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    Suppietij – Italia, 1991, 00:11:33, VHS b&n, ita/ eng

    Larva – Italia, 1993, 00:00:54, Hi8 b&n, ita/ eng

    De civitate rei – Italia, 1994, 00:28:44, Hi8 b&n, ita/ eng

    Il piantone – Italia, 1994, 00:14:47, Hi8 b&n, ita/eng

    Fiorenzo – Italia, 1995, 00:04:35, Hi8 b&n, ita/eng

    Zero a zero – Italia, 1995, 00:02:30, Hi8 b&n, ita/eng

    Schizzopatia – Italia, 1995, 00:10:20, Hi8 b&n, ita/eng

    L’handicappato – Italia, 1997, 00:03:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Hai mangiato? – Italia, 1997, 00:02:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Porte – Italia, 1997, 00:01:54, Hi8 b&n, ita/eng

    Virus – Italia, 1997, 00:02:24, Hi8 b&n, ita/eng

    Il Mosè di Michelangelo – Italia, 1999, 00:02:14, DV Cam b&n, ita/eng

    Il passato è il mio bastone – Italia, 2008, 00:45:00, DV/ HDV/ Hi8/ VHS/ Digital Betacam

    Ottimismo democratico
    12 cortometraggi in bianco e nero + Il passato è il mio bastone

    Italia, 1990 – 1999, 02:11:00
    lingua italiano – sottotitoli eng
    di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

    Video-percorso di cortometraggi di Flavia Mastrella e Antonio Rezza ideati e prodotti tra il 1990 e il 1999. Una costante caratteriale è la presenza del corpo tragico-catastrofico e della parola (ipnotica) di Antonio Rezza. Le storie raccontano di una cultura in decadenza. I film sono realizzati a basso budget e risentono delle influenze stilistiche dettate dalla tecnologia. Questa carenza conferisce al corto un ulteriore carattere espressivo e lo definisce fino a farlo trasudare amaro. Nelle storie, nella voce e nelle ambientazioni tutto è denso di atmosfere e le inquadrature intrappolano il corpo in uno spazio estraniante dove, nell’insieme frammentario, il protagonismo di un’umanità pedante campeggia meschino e estremamente comico.
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    Suppietij – Italia, 1991, 00:11:33, VHS b&n, ita/ eng

    Larva – Italia, 1993, 00:00:54, Hi8 b&n, ita/ eng

    De civitate rei – Italia, 1994, 00:28:44, Hi8 b&n, ita/ eng

    Il piantone – Italia, 1994, 00:14:47, Hi8 b&n, ita/eng

    Fiorenzo – Italia, 1995, 00:04:35, Hi8 b&n, ita/eng

    Zero a zero – Italia, 1995, 00:02:30, Hi8 b&n, ita/eng

    Schizzopatia – Italia, 1995, 00:10:20, Hi8 b&n, ita/eng

    L’handicappato – Italia, 1997, 00:03:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Hai mangiato? – Italia, 1997, 00:02:45, Hi8 b&n, ita/eng

    Porte – Italia, 1997, 00:01:54, Hi8 b&n, ita/eng

    Virus – Italia, 1997, 00:02:24, Hi8 b&n, ita/eng

    Il Mosè di Michelangelo – Italia, 1999, 00:02:14, DV Cam b&n, ita/eng

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  • Prima che vi uccidano. Omaggio al cinema di Giuseppe Fava

    On: 24 febbraio 2013
    In: Senza categoria
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    loca_TOTALE_Fava_web


    PRIMA CHE VI UCCIDANO. GIUSEPPE FAVA, IDEA DI UN’ISOLA.

    Omaggio al cinema di Giuseppe Fava in una retrospettiva itinerante da Trieste a Catania.

    e in collaborazione con
    Fondazione Fava (Catania)
    Coordinamento Fava (Palazzolo Acreide)
    Teche Rai
    I Mille occhi – Festival internazionale del cinema e delle arti (Trieste)
    Fuori Orario – Rai 3
    Cineteca Nazionale (Roma)


    BREVI CENNI SULLA RETROSPETTIVA CURATA E ORGANIZZATA DA NOMADICA

    Dopo un periodo di lavoro in sinergia con la Fondazione Fava e l’anteprima tenutasi a Trieste all’interno del festival internazionale del cinema e delle arti “I mille occhi”, parte la lunga retrospettiva sul cinema di Giuseppe Fava che – nel consueto movimento di Nomadica – toccherà diverse città d’Italia.

    Giuseppe Fava è stato scrittore, giornalista, drammaturgo, sceneggiatore, pittore. Nato a Palazzolo Acreide (SR) nel 1925, fu ucciso a Catania nel gennaio del 1984, mandante esecutore fu Nitto Santapaola.

    Oltre ai film di Vancini e Zampa tratti dalle opere “La violenza” e “Gente di rispetto”, e al tedesco “Palermo oder Wolfsburg” – Orso d’Oro a Berlino nel 1980 – di cui Fava fu sceneggiatore, “riscopriamo” due serie televisive prodotte per la nascente RaiTre regionale, andate in onda una sola volta e poi cadute nell’oblio: la serie “Siciliani”, 6 film/episodi che raccontano “gli aspetti più agghiaccianti dell’isola”, fondamentali per comprendere l’attuale situazione nazionale, la cui regia televisiva fu affidata a Vittorio Sindoni. In questi film Fava sta davanti e dietro la macchina da presa, intervista, recita, ci accompagna con racconti e analisi. “Effetto luna sulla Sicilia ellenica” è la seconda serie, ispirata ai legami dell’isola con la Grecia, contiene la messa in scena dell’opera teatrale “Foemina Ridens” che Fava ci lascia così impressa su pellicola. I film sono prodotti dalla Cooperativa Alfa, un gruppo di giovani non professionisti messo insieme da Fava per l’occasione.

    Siamo lieti di poter diffondere queste opere che riteniamo un veicolo contemporaneo per portare il pensiero di Giuseppe Fava tra la gente. La retrospettiva è itinerante e andrà avanti nel tempo.
    Ha già toccato:  Trieste (I Milleocchi)Catania (Cinema King), Roma (Cineteca Nazionale), Torino (Museo Nazionale del Cinema), seguirà Scampia (Gridas – gruppo di risveglio dal sonno), Bologna (Kinodromo – Cinema Europa), Novara, Capo d’Orlando e altre città. In corrispondenza al lavoro di diffusione di Nomadica, i film sono stati ritrasmessi, dopo trent’anni, da Fuori Orario (RaiTre) nella notte del 25 gennaio 2013.


    QUI IL PROGRAMMA COMPLETO

    (il programma può cambiare in base ai tempi a disposizione e agli spazi che ospitano la retrospettiva)

    TEXT:  Una voce contro il potere: il cinema di Giuseppe Fava (scritto da Giuseppe Spina, pubblicato su Rapporto Confidenziale N.37)

    VIDEO: di seguito una galleria video con, da, su Giuseppe Fava

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