Carmelo Bene, Nico D’Alessandria, 12 febbraio 2014, Bologna

On: 7 febbraio 2014
In: 2013/2014
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NOMADICA in collaborazione con la CINETECA NAZIONALE, presenta:

“BASTA! E’ finita con chi mi vuole bene!” Due esperimenti su.

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Il canto d’amore di Alfred J. Prufrock
di Nico D’Alessandria, 1967 ( 20’)

«Autore a dir poco marginale, Nico D’Alessandria è qui anche attore di se stesso, al servizio di un dolente testo di Thomas Stearns Eliot, letto, interpretato, manipolato dalla voce di Carmelo Bene, il cui accento anticipa quello di Volonté in Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto e ben si sposa con le distorsioni sonore prodotte da       Luciano Berio, che fanno da contrappunto più che da semplice sottofondo: vocalizzi, cigolii, suoni stridenti, voci umane-inumane. Il regista insegue immagini non meno “distorsive”: più che di sintonie si deve parlare di distonie. La macchina da presa esce dal Centro Sperimentale ed è catturata dallo spirito della città: strade di Roma, negozi, passanti. Realismo metropolitano. Bene si concede una frase emblematica: «Io non sono un profeta», che annulla però il senso dell’intera operazione, recuperato però in pieno dal finale «…e anneghiamo», sulle immagini del cielo e delle onde, a sotterrare tutto: il corpo di D’Alessandria che si rotola nell’acqua, la voce di Bene, la (non) musica di Berio. Tre geni o tre megalomani mitomani?» (Pallanch)

                                                                  carmelo_bene_hermitage_frame

Hermitage
di Carmelo Bene (1968, 25’ circa)

«Il film è tratto da “Credito italiano”, girato nella suite 804 dell’Hotel Hermitage a Roma. Bene chiarì che esso fu una prova per le luci e come preparazione al successivo film Nostra Signora dei Turchi, ma va comunque, in un modo o nell’altro, considerato un’opera a sé stante. Il film ha comeinterprete principale ed unico Carmelo Bene, salvo la sporadica e fugace apparizione di Lydia Mancinelli, ed ha come linea guida, a tratti spezzata, il sonoro della voce (spesso fuori campo) e della musica. La rievocazione affidata alla voce trae spunto da reminiscenze bibliche, per poi spostarsi successivamente ad un periodo romano imprecisato, ma che potrebbe fare riferimento aCaligola o Nerone o ad altro imperatore del periodo imperiale. […] In tutte le sequenze del film c’è il leitmotiv dell’incapacità e l’insofferenza di essere o trovarsi in uno spazio definito e definitivo in cui si è. E Carmelo Bene cita altrove Francis Bacon, parlando delle sue opere che sembrano voler uscire dalla tela, quasi fossero insofferenti al loro destino spazio-temporale. Ancora meglio questa particolare incapacità di acquisire forma, di possedere uno spazio, si evidenzia forse di più nel suo Don Giovanni» (wikipedia).

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