E’ morto Mario Garriba! [nov1944-dic2013]

On: 15 marzo 2014
In: 2013/2014
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locandina_garriba

in collaborazione con la Cineteca Nazionale
mercoledì 19 Marzo h21.45, SalaNomadica | SpazioMenomale, Bologna
E’ morto Mario Garriba! [nov1944-dic2013]
due film di Mario Garriba, con Fabio Garriba

In punto di morte (1971)

Regia: Mario Garriba; soggetto e sceneggiatura: M. Garriba; fotografia: Renato Berta; scenografia: Lidija Yurakic; musica: Dimitri Nicolau Golovnyi; montaggio: Fabio Garriba, M. Garriba; interpreti: F. Garriba, Elio Capitoli, Ercole Ercolani, Jobst Grapow, Luigi Guerra, Maria Marchi; origine: Italia; produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia; durata: 55’

A Orvieto, un giovane di buona famiglia si comporta in maniera irriverente e goliardica nei confronti della famiglia, del mondo del lavoro e delle istituzioni, travolgendo con il suo sarcasmo ogni barriera sociale. Non arrestandosi nemmeno di fronte alla morte, estremo, tragico, gioco. «Non ho voluto raccontare una storia. Ho preso invece un personaggio che con le sue contraddizioni mi permettesse di passare di continuo dalla realtà alla finzione, dal presente al passato come se fossero la stessa cosa. Un personaggio chiuso dentro una città di provincia con giornate tutte uguali fatte da desideri inutili, preti fermi davanti alle chiese, pezzi d’opera cantati a squarciagola, il ridicolo suicidio degli esibizionisti, funerali silenziosi. Ma non ho voluto nemmeno inventare parole nuove e i discorsi sono sempre dei modi di dire così come situazione è un luogo comune. Il rifiuto stesso che il mio personaggio porta contro tutto quello che incontra, non è mai vero e resta sempre un gioco o un sogno, destinato quindi a morire presto per un urlo troppo forte» (Mario Garriba).

Voce del verbo morire (1970)

Regia: Mario Garriba; soggetto e sceneggiatura: M. Garriba; fotografia: Emilio Bestetti; montaggio: Jobst Grapow; interpreti: Fabio Garriba; origine: Italia; produzione: Centro Sperimentale di Cinematografia; durata: 16’

Un giovane cerca in tutti i modi di suicidarsi, ma la (s)fortuna non lo assiste e tutti i tentativi falliscono (tragi)comicamente. «Era la prima volta che mi mettevo dietro una macchina da presa e ho voluto provare tutto: carrelli avanti e indietro, accelerazioni, rallentamenti, gags, colore, bianco e nero, viraggi, cinema muto, sonoro, etc… e tutto questo in fretta, anche con confusione, prendendo appunti per film molto più belli che avrei fatto dopo. Ma intanto avevo dimenticato che per fare cinema occorre soltanto fortuna» (Mario Garriba).


Di seguito un testo di Enrico Magrelli, Domenico Monetti, Luca Pallanch

in punto di morte 1
I fratelli Fabio e Mario Garriba, 
enfants prodige del cinema italiano, l’attore e il regista, ma anche a sovvertire i rapporti di forza tra i due gemelli, il regista e l’attore, tanto da generare spesso confusione sulle loro apparizioni cinematografiche. Non volendo sciogliere definitivamente il mistero sulla loro presenza nel cinema italiano, lì abbiamo (intra)visti in Vento dell’est di Godard, Lo scopone scientifico di Comencini, Sbatti il mostro in prima pagina di Bellocchio, Non ho tempo di Giannarelli, Una breve vacanza di De Sica, Agostino d’Ippona di Rossellini, La via dei babbuini di Magni, Novecento di Bertolucci, La terrazza di Scola, Sogni d’oro Bianca di Moretti, Piccoli fuochi di Del Monte. Ma è un film a consacrarli, definitivamente, fin dal principio, nella memoria (e nella storia del cinema italiano): In punto di morte, saggio di diploma al Centro Sperimentale, diretto da Mario e interpretato da Fabio, che vince, a sorpresa, il Pardo d’oro al Festival di Locarno 1971, ex aequo con …Hanno cambiato faccia di Corrado Farina e Les amis di Gérard Blain. Un caso unico nella storia del Centro Sperimentale e del cinema italiano, un saggio di regia che vince uno dei più importanti premi cinematografici del mondo, senza però grandi echi, al punto che l’unico telegramma di felicitazioni il giovane regista lo riceve da Roberto Rossellini con un «bravo, bravo, bravo. A nome mio e del Centro Sperimentale», che vale più dal silenzio della critica, colta alla sprovvista dalla proiezione alle 17 di un fatidico venerdì 13 agosto. Non così la mitica Lotte H. Eisner, che vede il film ed, entusiasta, gli apre le porte della Cinémathèque Française.

In punto di morte: film di snodo del cinema italiano, che riprende da I pugni in tasca di Bellocchio il tema della contestazione all’interno della famiglia, ma con una vena singolare, riassunta in modo folgorante dall’ingegnere del suono, Jeti Grigioni (il fonico di Diario di un maestro di De Seta): «Se il cinema italiano fosse stato più serio, oppure più intelligente, si sarebbe accorto che Woody Allen era già nato e abitava a Roma vicino a Campo dei Fiori». Originalità colta da Nanni Moretti, per il quale In punto di morte «anticipava umori e atmosfere di tanti film realizzati poi negli anni ’70». Nell’eterno gioco dialettico tra i due gemelli Fabio rivendica per sé quell’originalità, facendola risalire al suo saggio di diploma al Centro Sperimentale, I parenti tutti del 1967, altra variazione sul tema della morte (così come l’esercitazione di Mario Voce del verbo morire, a chiudere un ideale trittico): come avrebbe fatto due anni dopo Gino De Dominicis, Fabio Garriba fa stampare un necrologio in occasione della sua morte, duellando anche lui con l’immortalità. Fabio, studente di architettura, al primo anno era già arrivato alla corte di Le Corbusier, che, travolto dai suoi discorsi cinematografici (Pasolini lo inviterà a parlare da solo), gli segnala l’esistenza a Roma del Centro Sperimentale, dove Garriba entra “come caso eccezionale”, non essendo ancora laureato. E come tale si comporta portando una vena di sana pazzia tra le mura del Centro, degno preludio a una breve, ma intensa, carriera da segretario di assistente-aiuto regista per Carmelo Bene (Capricci), De Sica (per l’episodio Il leone de Le coppie), Godard (Vento dell’est), Pasolini (Porcile) e Visconti (provini d’ammissione al Csc), prima di dedicarsi (purtroppo non definitivamente, solo per pochi anni) alla carriera di attore, con il suo inconfondibile volto («la faccia gemella, meno saggia e più tragica», rispetto a quella egualmente «straordinaria» di Mario, come scrisse affettuosamente Tatti Sanguineti), che avrebbe meritato sguardi più attenti, ma che oggi riecheggia prepotentemente nelle numerose particine che fuoriescono qua e là. Innumerevoli camei di un personaggio che portava con la nonchalance di un outsider la sua fama già postuma.

Cinema che già nasce inesorabilmente terminale, «fiore reciso» (ancora Sanguineti), quello dei fratelli Garriba, e muore infatti con la seconda prova da regista di Mario, dopo anni e anni di tentativi repressi dall’industria cinematografica, con un film a suo modo proverbiale per lo stato delle cose, sul finire degli anni Settanta, anni di crisi e di ritorni nell’alveo: Corse a perdicuore, che doveva essere interpretato da Benigni, il quale poi chiede asilo a Ferreri e il povero Mario si deve accontentare di Andy Luotto, terzo personaggio più famoso del momento grazie a L’altra domenica, dopo il Papa e Pertini, secondo il sondaggio di un settimanale decisivo nella scelta del protagonista da parte della casa di produzione, la mitica PEA di Alberto Grimaldi. Poi l’apparente silenzio, spezzata in un calda giornata di settembre, a Venezia, tra treni sbagliati, orari sballati e una lunga fila di spettatori, fra i quali Nanni Moretti, impegnato in «un’operazione nostalgia».

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