Una voce contro il potere

 Una voce contro il potere. Il cinema di Giuseppe Fava.

(saggio introduttivo di una serie di scritti sul cinema di Giuseppe Fava, pubblicato in occasione della retrospettiva itinerante curata da Nomadica // http://www.nomadica.eu/il_cinema_di_giuseppe_fava/ )

Giuseppe Spina

A colpirci profondamente sono stati sei film che gli amici del “coordinamento Fava” di Palazzolo Acreide ci hanno mostrato esattamente un anno fa, sei film a noi prima sconosciuti nonostante da tempo siamo vicini alle opere di Fava. 

Lavoriamo fuori dai confini di un ambiente cinematografico caratterizzato da forti rapporti di potere, seguendo la nostra pratica quotidiana di resistenza: la diffusione di film non visibili, in molti casi realizzati a bassi budget, che spesso non sono “regie” in senso classico, ma testimonianze, sforzi narrativi che tirano dall’oblio spaccati di realtà, portandola su un piano parallelo, quello del cinema appunto. Dopo aver conosciuto questi aspetti del lavoro di Fava, così vicini al lavoro che facciamo, abbiamo sentito la necessità di trovare il modo di diffondere queste opere, convinti che siano, oggi ancor più di ieri, dei documenti illuminanti, utili, originali, tanto nei contenuti che nelle forme. Un veicolo contemporaneo per portare il pensiero di Fava tra la gente.

Tutta l’opera di Fava sviluppa nel tempo un percorso complesso di analisi e di consapevolezza della società (siciliana/italiana/europea), creando – nel tempo – un’intricata trama creativa che dovrebbe essere analizzata come su un unico banco di lavoro.
Ripassando tutta la produzione di Fava ne idealizziamo il lavoro come una pratica di scrittura e ri-scrittura, ascolto e ri-ascolto, visione foto e cinematografica, e poi analisi continue, di tutto il vissuto e il conseguente immaginario: aule giudiziarie, procuratori, poveri, mafiosi, puttane, sporchi imprenditori, borghesi, preti, giornalisti, piccoli politicanti, contadini, immigrati, mantelli neri, lupare, ragazzi di strada, cemento, sangue. In romanzi, teatro, inchieste, racconti, disegni, pitture, e nel ritrovato lavoro col cinema, con la televisione: in tutte queste “forme” i numerosi soggetti, le storie, i personaggi, ma anche certi luoghi, i temi, le costruzioni narrative, la dovizia di particolari, si ripresentano negli anni, avanzando in una grande partitura in cui si ripetono, ampliano e trasformano, temi e strutture melodiche.

L’interesse di Fava per il cinema si avverte già dai primi scritti (e continuo a riferirmi a tutte le forme di scrittura da lui praticate che siano direttamente legate alla realtà o totalmente alla fantasia, che siano inchieste, favole o opere teatrali), segni evidenti e continui di note, particolari e didascalie che esprimono un rapporto con il frammento narrativo e scenico sempre in tensione, come se la spinta descrittiva interna a questi lavori fosse trasportata da un movimento teso e continuo verso un rapporto diretto con i personaggi e con l’attenta osservazione della realtà (per quanto immaginata, inventata, ripresa e/o rimodellata). Prima che vi uccidano – primo romanzo del 1967 ma pubblicato da Bompiani solo nel 1977, dopo il successo di Gente di rispetto – possiede già pienamente questo linguaggio e qualcuno ha fatto notare (nella seconda di copertina dell’edizione citata) la relazione con alcuni tratti tipici dei kolossal cinematografici, tanto per l’epopea che vi si racconta quanto per la quantità di personaggi che si muovono tra le storie. Ma è importante notare come Fava spoglia questa dimensione dal divismo e dall‘esagerazione romantica a cui la mente subito corre: non ci sono eroi, le scene di povertà, di violenza, di potere sono spesso dure e impressionanti a causa della loro crudezza e di quei primi piani lucidi e atroci che solo un racconto minuzioso (o una sequenza ben costruita) è in grado di generare.

Adatte a questo caso le stesse parole di Florestano Vancini che, sotto la spinta di Dino De Laurentiis, riprese il testo teatrale La Violenza del 1970, per il film La violenza: Quinto potere (1972), che “non fu accolto bene dalla critica. Probabilmente a causa del fatto che era un film privo di un eroe. I film di mafia che funzionavano all’epoca, quelli di Damiani o di Petri per intenderci, avevano sempre una risoluzione… c’è sempre una figura emergente. Nel mio film invece questa figura non c’è. Tanti personaggi e nessun eroe: nessuno è protagonista” (in Florestano Vancini. Intervista a un maestro del cinema di Valeria Napolitano). Questa dimensione di equilibrio tra i personaggi, è già propria del testo teatrale. É una dimensione che si ripresenta spesso nelle opere di Fava: la moltiplicazione dei personaggi centrali che rappresentano di volta in volta parti differenti di società, e parlano, agiscono o urlano in nome di quelle precise parti sociali. È l’individuo che predomina, con la sua forza e la sua disperazione, la supremazia, la vigliaccheria, il male, la debolezza e la speranza.

Attraverso la visione totale dell’opera di Fava, guardandola in filigrana, si svelano, tra i personaggi centrali, delle figure chiave costruite nel tempo, testo dopo testo, immagine dopo immagine, che lo accompagnano verso il punto cruciale di tutto lo sforzo creativo: la ricerca della verità. Uno tra tutti il Michele di Prima che vi uccidano, il più profondo forse, forse il più cinematografico, la cui “passione” ritornerà in quello che sarà – per forza di cose – l’ultimo romanzo/sceneggiatura, Passione di Michele. O la sua controparte femminile, Rosalia/Pupa, la cui disperazione di madre brechtiana si intreccia a un esser puttana, vittima morale e fisica: i volti di donna che si moltiplicano in opere diverse (in due testi teatrali La violenza e Foemina Ridens, nei film di Schroeter e Vancini, in Anonimo Siciliano – la regia cinematografica dello stesso Fava).


Questi meccanismi creativi e di ricerca saranno sempre accompagnati da forme stilistiche difficilmente etichettabili, in cui in certi casi la potente espressione viene tenuta a freno da una sorta di iperreale minuzioso, fotografico, il cui immaginario è piantato in Sicilia, negli anni che vanno dal secondo dopoguerra alla metà degli ottanta, mentre altre volte esplode con la povertà di uno schizzo e una ricchezza fantastica che giunge ai limiti del surreale.


È nota l’importanza che la fotografia ha avuto nel lavoro di Fava, dal giornalismo alla pittura. Allo stesso modo credo che la sua scrittura nasca da un rapporto intrinseco con l’immagine in movimento: è la scrittura di un regista che fa vedere e racconta attraverso un movimento della descrizione. Vittorio Sindoni ci dice che sono stati necessari solo tre giorni per scrivere la sceneggiatura delle 6 puntate per la Rai. 6 film, tra documentario, fiction e teatro, per un totale di 210 minuti, scritti in soli tre giorni. Sono infatti film tratti dalle inchieste contenute in
Processo alla Sicilia e I Siciliani, testi che sono già in se delle sceneggiature complete. Film che contengono estratti di quelle opere teatrali le cui didascalie sono così minuziose che lo stesso Giorgio Albertazzi ne sottolineò la bellezza dicendo che “avrebbero meritato una pubblicazione a parte” (è una dichiarazione di Pippo Pattavina, contenuta negli Atti della giornata di studi dell’Università di Catania). La sceneggiatura è dunque già scritta, è il risultato di trent’anni di lavoro e analisi, basta spezzare, riallacciare, incastrare i pezzi in questo grande quadro post-moderno di cui Fava conosce ormai le venature più sottili, i solchi più profondi, poetici, terribili.

Nel 1967 Fava attraversa la Sicilia in un lungo viaggio, cerca e incontra le realtà più misere, disperate, affascinanti e dimenticate dell’isola. La Sicilia si trovava in una fase decisiva, il passaggio da una condizione prevalentemente sotto-proletaria verso un infausto progresso che, sotto la triplice alleanza Stato-Mafia-USA, stava investendo tutta la nazione. Il giornalista riporta questa ricerca in 35 lunghe inchieste poi pubblicate in un testo dal titolo Processo alla Sicilia, testo in cui è ancora evidente una spinta positiva nei confronti della società siciliana a venire (e dell’uomo), una speranza. È una sensazione condivisa da molti in quel periodo: basti pensare al lavoro che Roberto Rossellini realizza per la Rai nel 1970, un documentario dal titolo “Idea di un’isola”, nel quale evidenzia la nuova industrializzazione e tratta i caratteri siciliani con lo stesso tono positivo. Certo, questo documentario fu realizzato per scopi prettamente economici, si doveva comunicare agli imprenditori USA che la Sicilia stava diventando una terra in cui poter investire grosse somme di denaro, ma è anche vero che certe proposte imprenditoriali venivano in quel periodo salutate con entusiasmo dallo stesso Fava – ad esempio il progetto iniziale del ponte sullo stretto o l’industrializzazione di zone naturalisticamente splendide come Priolo e Augusta. Non si poteva ancora immaginare come questo progresso si sarebbe presentato qualche anno dopo.
Ed è appunto dopo dieci anni che Fava decide di ripercorrere lo stesso viaggio, per conoscere le manifestazioni del progresso, per guardarlo in faccia e capire cos’è cambiato nell’isola. Il risultato sono altrettante inchieste pubblicate in un nuovo testo, in una sorta di
remake, nel 1980, I Siciliani, in cui si rende conto delle catastrofi che stanno distruggendo l’isola, dell’impossibilità di uno sviluppo corretto e controllato che possa riflettere e riflettersi in una società civile. La costa sud-orientale dell’isola è rovinata da industrie già obsolete, la mafia è cambiata, sta dentro tutto e divora tutto, il ponte è ormai solo un enorme inganno.

È proprio intorno alla fine degli anni settanta che Fava prende in considerazione la possibilità di usare – in prima persona – le immagini in movimento, di scrivere e agire mediante il cinema, o meglio, la televisione. E’ il periodo in cui si comprende il potere (anche il più oscuro) del mezzo e le guerre combattute su vari fronti porteranno al conosciuto predominio della Tv commerciale. Dal canto suo Fava ha sempre preferito il teatro come veicolo di pensiero, perché arriva in modo diretto alla gente, quindi più adatto a “restare dentro la verità” (Cronaca di un uomo libero, di Rosalba Cannavò, p.107), evita le trappole e le crisi economiche del cinema, e può “…essere fruibile anche da un punto di vista televisivo. […] Attraverso lo strumento televisivo il teatro può essere portato alla conoscenza di immense moltitudini […]” (Pietro Isgrò, Cinque domande “cattive” a Giuseppe Fava, “La Sicilia”, 25.1.1975).
Mediante le immagini televisive poteva intrecciare le inchieste, mettere in scena stralci delle opere teatrali, ricostruendo – ancora – certi personaggi, riadattando storie e narrazioni, poteva mettere in gioco la stessa propria presenza fisica e mostrare a milioni di persone quello di cui stava così assiduamente scrivendo.

Fava in passato aveva collaborato con registi di spessore, conosce quindi l’industria-cinema, e non si fida: troppe trappole, il cinema è in piena crisi economica, le sale iniziano a svuotarsi e da lì a poco una percentuale altissima passerà ai porno e successivamente chiuderà i battenti.

Nel 1972 collabora con Vancini per “La violenza: quinto potere”, con il quale si crea un rapporto di profonda amicizia. Vancini allarga il soggetto dell’opera teatrale agli atti della storica commissione antimafia presieduta da Francesco Cattanei tra il 1968 e il 1972 (inserendo tra le altre scene una ricostruzione della strage di Viale Lazio). Questa soluzione, per quanto valida e utile a far conoscere al pubblico l’azione della mafia, disperde la forza e la coerenza del testo teatrale tutto sviluppato all’interno di un aula processuale, fortemente claustrofobico, in cui i ritratti e le parole formano dei mondi a sé, che si scontrano, si distruggono in un’opera che per potenza ricorda il Marat/Sade di Peter Weiss. Il film, come già scritto, non piacque alla critica, non ebbe seguito.

Gente di rispetto viene girato da Luigi Zampa nel 1975. Zampa aveva collaborato più volte con Brancati, ma sono passati più di vent’anni e ora non riesce ad interpretare il romanzo di Fava – i cui elementi sono più articolati e oscuri. Ne fa un film carico di convenzioni lontano dalla complessità e dai folgoranti spunti narrativi del libro, un film che manifesta la stanchezza del regista (espedienti che sfiorano il ridicolo, come il troppo evidente uso di manichini, delusero molto Fava).
Scritto inizialmente per il film e successivamente diventato un romanzo, Passione di Michele è una sceneggiatura enorme che il regista tedesco Werner Schroeter è costretto in buona parte a tagliare – per quanto sembri dalle sue dichiarazioni che molte scene presenti nel testo siano state girate e non montate: “Ho girato molto, sono stato costretto a tagliare numerose scene perché il film durava sette ore…” (in “Cinéma” n. 267, marzo 1981). Il risultato è Palermo oder Wolfsburg, 1981, 175 minuti, un capolavoro, Orso d’Oro a Berlino, che dimostra ancora una volta – se necessario – come il discorso di Fava su giustizia, violenza, potere e miseria umana vada ben oltre i confini dell’isola. Nonostante il grande successo in Germania, nonostante affronti una questione che riguarda milioni di italiani – quella dell’immigrazione nei paesi del nord Europa – il film non fu mai distribuito in Italia…

Della povertà culturale in cui rantolava il cinema italiano Fava continuerà a scrivere parecchio. L’industria cinematografica riconosce in vari modi l’importanza e il valore del lavoro di Fava, ma non è in grado di tradurlo in linguaggio, forse di contenerne la complessità. E nel caso in cui ci riesce ciò avviene lontano dal territorio nazionale.

Fava si trova a Roma quando incontra Werner Schroeter. Tra il 1978 e il 1979, l’“Espresso sera”, giornale catanese per il quale lavorava da vent’anni e di cui era caporedattore, non gli conferma il dovuto passaggio a “direttore” – mansione che svolgeva da tempo in modo ufficioso. Fava inizia a dar fastidio, strappa con il monopolio dell’informazione catanese e non può più lavorare. Deluso lascia il giornale e la città, trasferendosi a Roma dove oltre a continuare la sua attività di giornalista conduce per RadioRai diverse puntate della trasmissione Voi ed io (pare andate perdute). In questa fase inizia la collaborazione con il regista tedesco – già autore di un film italiano Nel regno di Napoli del 1977 – e inizia così a scrivere il testo per Palermo oder Wolfsburg.

Durante questa esperienza Fava segue la troupe a Berlino e Wolfsburg per intere settimane, scoprendo così i segreti della macchina-cinema: questo viaggio sarà fondamentale per il suo rapporto con la macchina da presa che da lì a breve nascerà.
Nello stesso periodo Mario Giusti viene nominato direttore della Terza Rete siciliana della Rai. Giusti non è solo un amico di Fava, ma anche uno stretto collaboratore: è direttore del teatro Stabile di Catania, ha lavorato su diverse opere di Fava, dunque accetta la richiesta di quest’ultimo e approva il progetto per una serie di episodi televisivi che raccontino “gli aspetti più agghiaccianti dell’isola” (da un articolo ritrovato su ufficiostampa.rai.it).
Si arriva così alla serie televisiva “Siciliani” – un misto tra documentario, film d’inchiesta, teatro filmato – girata in 16 mm, che verrà trasmessa sulla rete nazionale un’unica volta nel 1980 (vedi filmografia).

Vogliamo proporre al resto degli italiani un’immagine dei siciliani diversa da quella stereotipata che si sono fatti ancor prima dell’unità d’Italia”, questa la dichiarazione che Fava e Sindoni rilasciano a Giuseppe Bocconetti. Da quest’articolo dal titolo Una voce che arrivi al potere, si capisce qual è l’intenzione del capo della struttura Mario Giusti, cioè dare a milioni di persone dei punti di vista reali e duri dei problemi dell’isola. Scrive Bocconetti: “…la sfiducia verso lo Stato e le sue istituzioni è assai diffusa. E la RAI per i siciliani non è che una delle tante rappresentazioni del potere che celebra se stesso. Qui, dunque, più che altrove la “scommessa” di cui parlano i dirigenti centrali della Terza Rete s’è fatta sfida”. Chissà se i dirigenti centrali della Terze Rete sapevano che a programmi già avviati l’80% del territorio non riceveva ancora il segnale.

Giuseppe Fava propone quindi il progetto dei 6 documentari a Mario Giusti, che lo accoglie, la Rai ne affida la regia a Vittorio Sindoni ed è quest’ultimo che chiama Riz Ortolani per la colonna sonora. Il viaggio di Fava e Sindoni lungo l’isoladura circa un mese, il montaggio è rapido (“il ragazzo che montava, nella sede Rai di Palermo, era felicissimo di lavorare ininterrottamente su questo materiale” ci racconta Sindoni), le riprese vengono effettuate subito dopo il film con Schroeter (alcuni bambini di Palma di Montechiaro sono presenti tanto nel film del regista tedesco quanto in uno degli episodi).
Il risultato sono 6 film dalle caratteristiche molto diverse tra loro ma con una precisa coerenza nella ripresa e ricostruzione della realtà, tra improvvisazione e finzione. I temi sono diversi: la lucida sintesi storica dalla vecchia alla nuova mafia (
Da Villalba a Palermo), lo scandalo dei terremotati della Valle del Belice (L’occasione mancata), la miseria in cui i bambini vengono fatti emigranti (La rivoluzione mancata), i “paesi buoni” senza criminalità ma “morti” (La conversazione mai interrotta), la devastazione delle industrie e la beffa delle miniere (Opere Buffe), l’emigrazione forzata (Gaetano Falsaperla, emigrante). Al cambiare dei temi cambiano i registri narrativi, il linguaggio che si dà è a volte freddo e serrato altre volte triste e malinconico. La regia di Sindoni è semplice, si limita a seguire la voce e l’intrecciarsi dei testi, mentre la voce-off, dello stesso Fava, è a tratti onnisciente a tratti talmente umana da confondersi con quella della gente, per strada: in Da Villalba a Palermo Fava chiede ad un ragazzo “ma se vedessi ammazzare una persona per strada, andresti alla polizia?”, e il ragazzo risponde “e se io le chiedessi la stessa cosa? Lei cosa farebbe?”. La voce-off rende esaltante e amplifica la presenza fisica di Fava che intervista, sta dietro la camera, entra in relazione con i personaggi, recita, con la leggerezza di chi sa parlare con le persone (di teatro o di strada che siano), con la sicurezza di chi conosce altrettanto a fondo quell’intricata situazione sociale dominante.

Fava intervista uomini, donne, bambini, vecchi, che sono minatori, disoccupati, casalinghe col marito all’estero, migranti, mafiosi, professori, poeti, artisti. Si serve di fotografie, ricostruisce scene di omicidi, di viaggi in treno, si cala dentro le miniere dell’entroterra, tira fuori testi di teatro, di romanzi, di inchieste. Alcuni di questi incontri sono fortuiti, fatti lungo il viaggio, altri sono scritti e recitati da attori come Ida Di Benedetto, i catanesi Pippo Pattavina, Tuccio Musumeci, Mariella Lo Giudice, Leo Gullotta, altri ancora sono interventi di artisti come Bruno Caruso, Ignazio Buttitta.

Dietro questi lavori c’è una struttura creata a Catania da Fava per il teatro, la Cooperativa Alpha, che inizia a occuparsi di produzione cinematografica, lavorando con giovani tecnici della Sicilia orientale. Dopo la serie Siciliani, la Cooperativa produce per RaiTre le serie Minoranze etniche in Sicilia, dell’allora sconosciuto Giuseppe Tornatore; Le feste popolari, di Orazio Torrisi (che era stato aiuto regia nel film di Schroeter e organizzatore di produzione per Siciliani); e andrà coi conti in rosso per Effetto luna sulla Sicilia ellenica, le quattro regie di Fava.

Uno di questi quattro film – si parla di una Medea siciliana – lo stiamo ancora cercando, ma scoprire le tre regie realizzate interamente da Fava (con l’aiuto di Orazio Torrisi), con una troupe leggerissima è stata una grossa emozione, soprattutto per la totale libertà di espressione che risulta subito evidente. Certo da un punto di vista tecnico questi film sono disastrosi, ma Fava è finalmente svincolato dai linguaggi che in un modo o nell’altro i suoi collaboratori hanno apportato nei film precedenti e si sente libero di sperimentare: Il tempo, la bellezza, il silenzio è una poesia per immagini, in Clowns del teatro antico ovvero il Miles siciliano riadatta Plauto, in Anonimo Siciliano riprende la sua unica regia teatrale, Foemina Ridens, e la impressiona su pellicola.

L’ultimo contatto con la televisione Giuseppe Fava lo ha con Enzo Biagi, in un’intervista mandata in onda il 28 dicembre del 1983. E’ ancora la sua presenza fisica, la sua voce, a colpire con esattezza, con racconti precisi e lucidi che sembrano uscire fuori dalla realtà e svilupparsi in quel mondo parallelo nel quale riesce, ancora e per l’ultima volta, a sviluppare il nuovo immaginario a cui la società intera sarebbe arrivata diversi anni dopo, quello che ci porta alle ruberie e agli incastri politico-mafiosi degli ultimi vent’anni, alle trattative Stato-Mafia, che ci porta di fronte alla verità che ha cercato per tutta la vita e che – in vari modi – può farci ancora vedere. —–

“Prima che vi uccidano” è anche il titolo, proposto da Sergio Mattiassich Germani, della retrospettiva sul cinema di Pippo Fava curata da Nomadica – circuito per il cinema autonomo. La rassegna è itinerante e totalmente gratuita, ed è organizzata con il sostegno e il prezioso aiuto della Fondazione Fava, del Coordinamento Fava, de I mille occhi – festival del cinema e delle arti, di Fuori Orario – Raitre e della Cineteca Nazionale. Il titolo riprende una frase di Rossano, personaggio dell’omonimo romanzo. Ed è Rossano, che Claudio Fava ha definito una sorta di “anticristo”, a pronunciare queste parole durante un comizio, in piazza, davanti a una moltitudine povera e esultante:
“La voce gli mancò, e allora fece affannosamente un giro su se stesso, con le braccia levate, guardando le case e i palazzi lontani:<<Voi, voi! >>gridò,<<Voi che siete i padroni delle miniere, dei pascoli, delle chiese e delle foreste, aiutateli a non morire, perché anch’essi hanno anima umana. Aiutateli, prima che vi uccidano, poiché se essi saranno destinati a morire, la vostra morte sarà ancora più orribile. Quanto voi vi siete glorificati e avete lussuriato, tanto avrete tormento e cordoglio, ed alla fine direte: ahi le nostre case, i nostri palazzi, i nostri figli così felici, le nostre chiese ch’erano vestite di bisso e porpora, ch’erano adorne d’oro e pietre preziose, una cotanta ricchezza è stata distrutta in un attimo… >>.

Giuseppe Spina, 2012

Filmografia

[Purtroppo la filmografia qui indicata non è ancora completa. Fava ha sceneggiato dei film di Ugo Saitta (regista catanese ancora poco conosciuto) – presenti alla Filmoteca Regionale Siciliana, ma la notizia ci è giunta troppo di recente per riportarne qui traccie dettagliate. Inoltre la copia della citata “Medea siciliana” con Ida Di Benedetto – prodotta per la serie “Effetto luna sulla Sicilia ellenica” – non è ancora stata ritrovata e di conseguenza non possiamo fornirne i dati.]

 

Soggetti e Sceneggiature


La violenza: quinto potere

regia: Florestano Vancini

sceneggiatura: Massimo Felisatti, Fabio Pittorru e Florestano Vancini, dal testo teatrale “La Violenza” di Giuseppe Fava.
musiche: Ennio Morricone
origine: Italia 1972

durata: 85′

Con Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Riccardo Cucciolla, Ciccio Ingrassia

Gente di rispetto
regia: Luigi Zampa

sceneggiatura: Leo Benvenuti, Piero De Bernardi, Luigi Zampa. Dal romanzo omonimo di Giuseppe Fava.

origine: Italia 1975
durata: 115′
Con Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Nero, Jennifer O’Neil.

Palermo oder Wolfsburg

regia: Werner Schroeter

sceneggiatura: Giuseppe Fava, Werner Schroeter, O. Torrisi, K. Dethloff

origine: RFT/Svizzera 1980

durata 175′

Con Ida Di Benedetto, Antonio Orlando, Nicola Zarbo, Brigitte Tolg, Gisela Hahn

[Orso d’Oro a Berlino (1980), mai distribuito in Italia. Dalla sceneggiatura nasce il romanzo Passione di Michele]

Regia, co-regia e sceneggiatura

Serie RAI – “Siciliani” – co-regia Vittorio Sindoni (film indicati per ordine di trasmissione RAI – inclusa data)
Gaetano Falsaperla, emigrante – Con Leo Gullotta, Mariella Lo Giudice, Anna Malvica, Agostino Scuderi. Con l’intervento di Ignazio Buttitta (29/6/80)
L’occasione mancata – Con l’intervento di Bruno Caruso (4/7/80)
La conversazione mai interrotta – Con Giuseppe Pattavina, Giuseppe Lo Presti e con l’intervento di Nello Caramma (il puparo) (13/7/80)
Opere Buffe – Con Miko Magistro, Turi Scalia (20/7/80)
La rivoluzione mancata – Con Tuccio Musumeci, Giovanni Cutrufelli, Loredana Martinez (27/7/80)
Da Villalba a Palermo – Con Ida Di Benedetto, Corrado Gaipa, Biagio Pelligra. Con l’intervento di Ignazio Buttitta (25/8/80)

Serie RAI – “Effetto luna sulla Sicilia ellenica

Il tempo, la bellezza, il silenzio – durata 00:28:00
con Orazio Torrisi, Cettina
Bonaffini,Silvana Lo Giudice (danzatrice)

Clowns del teatro antico ovvero il Miles siciliano – durata 00:28:36

con Tuccio Musumeci, Turi Scalia, Concita Vasques, Stefania Bifano, Marta Bifano

Anonimo siciliano – Ia e 2a parte– durata 00:58:00
con Mariella Lo Giudice e Giuseppe Pattavina

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